Dalle reti nei fiumi alle bollicine, la guerra alla plastica è senza confini

Le spiagge, le isole, i cosmetici, i palazzi delle istituzioni. L’onda del “plastic free” si espande a tutti gli ambiti e settori, dopo decenni di allarmi inascoltati sulle conseguenze di questa vera e propria invasione dannosa per ecosistemi e salute. Quando la plastica ha fatto irruzione nei diversi settori merceologici, di quanto inquinasse produrla o di quanto fosse difficile da gestire una volta diventata rifiuto non importava a nessuno. Erano tanti e tali i vantaggi che ci sono voluti decenni di studi e fenomeni di portata straordinaria come le cosiddette isole di plastica, per mettere sotto il naso dell’opinione pubblica i danni ambientali e i rischi che questo materiale comporta per le specie animali e, attraverso la catena alimentare, per l’uomo.

Secondo i dati dell’Ispra la plastica costituisce più dell’80% dei rifiuti presenti in mare e sulle nostre spiagge. Oltre la metà delle 611 tartarughe visitate in un anno dai ricercatori del programma di monitoraggio dell’Istituto aveva ingerito plastica, e nella maggior parte dei casi questo ne ha provocato la morte. Quanto poi agli uccelli marini, è ben il 90% a presentare frammenti di plastica nello stomaco. Senza contare la quantità ormai enorme di plastiche e microplastiche presenti dai nostri mari fino ai ghiacciai.

Dei 300 milioni di tonnellate prodotte nel mondo, ogni anno circa 8 milioni finiscono negli oceani e nei mari. Il 90% viene trasportata dai fiumi che raccolgono le plastiche nell’entroterra. Proprio questo dato ha fatto riflettere due ingegneri italiani, Fabio Dalmonte e Mauro Nardacci, che hanno pensato di arginare il problema dell’invasione proprio nei luoghi di partenza, prima che finisca dispersa in mare. Dalmonte Nardacci hanno fondato la startup Sads, che sta per Sea Defence Solutions: il loro progetto consiste nell’istallare barriere “cattura-plastica” lungo il bacino del fiume in posizione obliqua. Le barriere, collegate a reti di plastica riciclata che bloccano i rifiuti sia galleggianti che fluttuanti, sfruttano il flusso naturale dell’acqua per accumulare i rifiuti in un punto sull’argine del fiume, dove poi saranno raccolti. Secondo i co-fondatori di Seads, alcuni studi dimostrano che poco più di una decina di fiumi nel mondo sono la causa del trasferimento negli oceani dell’88% della plastica: basterebbe dunque installare in questi corsi d’acqua sistemi analoghi alle loro “blue barriers”, come definiscono le barriere galleggianti con le reti, per mettere in salvo i nostri mari e avviare al recupero migliaia di tonnellate di plastica.

Un altro esempio innovativo di tecnologie per il contrasto dell’inquinamento da plastica viene dalla startup olandese The Great Bubble Barrier, un progetto sviluppato da Anne Marieke Eveleens, Francis Zoet e Saskia Studer, tre amici che condividono lo stesso amore per l’oceano. La loro tecnica prevede di deviare il flusso di rifiuti con una barriera di bolle, attraverso un tubo con piccoli fori, rivolti verso l’alto, posizionato sott’acqua e in diagonale lungo il fiume. L’aria compressa che fuoriesce dal tubo crea una parete frizzante, che consente il passaggio sia di pesci che di barche, ma blocca le plastiche spingendole in superficie, dove sfruttando la corrente naturale del fiume, convergerebbero verso l’argine in un punto dove è più facile raccoglierle. Con questo progetto la startup, nel 2016, ha vinto una competizione sponsorizzata dal Governo olandese: il montepremi ha consentito al team di finanziare un progetto pilota nel fiume olandese IJssel, dimostrando l’efficacia del sistema per pezzi di plastica che misurano tra 1 mm e 1 metro. Ora l’azienda sta perfezionando il prodotto con la speranza di estenderne l’utilizzo ai fiumi di tutto il mondo.

Pioniere del recupero di plastica in mare è senza dubbio Boyan Slat, il giovane olandese che ne 2013 ha fondato la Ong The Ocean Cleanup progettando una macchina, array Cleanup, in grado di raccogliere rifiuti plastici sfruttando le correnti oceaniche e convogliandoli tramite barriere galleggianti per poi raccoglierli con delle navi. Alla prima prova “sul campo” però, a fine 2018, il sistema ha mostrato di avere qualche problema tecnico ma il progetto non si è fermato.

Un’altra realtà italiana, invece, ha sviluppato una tecnologia che permette il riciclo chimico di alcune plastiche che così possono essere riciclate all’infinito proprio come alluminio e vetro. L’impresa che ha messo a punto questo processo innovativo si chiama Gr3n  e ha avuto l’idea di utilizzare a tale scopo le microonde, in grado in pratica di scomporre velocemente la plastica nei suoi elementi costitutivi in modo che si possano poi riassemblare in polimeri vergini.

Ma anche i progetti più innovativi da soli non bastano a contrastare l’invasione delle plastiche. La parola d’ordine, come per tutti i rifiuti è “prevenzione”. Serve una rivoluzione culturale che porti all’abbandono dell’usa e getta e alla riconversione dell’industria del settore, in modo da offrire soluzioni alternative per tutti i soggetti interessati. Un passo avanti in tal senso è rappresentato dall’approvazione, lo scorso 27 marzo, della Direttiva europea che vieta dal 2021 la vendita di prodotti di plastica monouso per i quali esistono alternative, come posate, piatti, cannucce, mescolatori per bevande e aste dei palloncini. In Italia, fin dall’inizio della legislatura la lotta contro l’invasione della plastica ha ripreso slancio, soprattutto grazie alla campagna “Plastic free” condotta dal ministro Sergio Costa e dal MoVimento 5 Stelle.

Proprio dall’iniziativa del ministro dell’Ambiente è arrivato il disegno di legge “Salvamare”, che presto sarà al vaglio del Parlamento. Grazie a questa legge i pescatori potranno portare a terra la plastica finita accidentalmente nelle loro reti, senza per questo essere penalizzati. I rifiuti raccolti potranno poi essere conferiti in apposite isole ecologiche allestite nei porti. Insomma, in attesa che si riduca drasticamente la produzione di plastica, ogni modo per recuperarla ed evitare che invada l’ambiente e minacci la nostra salute merita la massima attenzione. Finalmente la guerra alla plastica non ha più confini!


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