Il futuro del lavoro. Un dibattito fondamentale per il nostro Paese

Sono contento che in molti abbiano voluto intervenire in un dibattito come quello sul futuro del lavoro (che poi coincide per larga parte con il futuro della società) che è obiettivamente difficile. Ringrazio quindi anche coloro che non sono d’accordo sul merito e sul metodo della ricerca, perché spero che contribuiscano più di altri a stimolare la nascita di un pensiero critico e costruttivo su un tema che, purtroppo, non è pura speculazione. Non è un caso se proprio l’impatto dell’iperproduttività delle tecnologie esponenziali sia stato uno dei temi centrali di discussione nel recente incontro a Davos.

 

Penso che dobbiamo affrontare questo argomento senza pregiudizi ideologici. Quindi, rispetto per esempio alle obiezioni di Massimo Famularo sul Fatto Quotidiano mi sento di rassicurare tutti che non è mia intenzione promuovere o giustificare l’intervento statale nell’economia. Anzi, come imprenditore, credo che la competitività su un mercato libero, sebbene regolamentato, sia la prima leva della produttività. Il nocciolo della questione, però, è proprio qui: la competitività.

 

La corsa delle aziende oggi è su questo fronte: contenere i costi, velocizzare e ottimizzare i processi per essere più competitivi sul mercato globale. Quindi, se è vero che l’evoluzione tecnologica non avviene in modo lineare, come giustamente hanno rilevato Stefano Quintarelli e Luciano Floridi (tra l’altro bisogna riconoscere l’impegno di Open per il fact checking sui dati riportati nel video), dobbiamo considerare che non avviene in modo lineare nemmeno l’adozione delle nuove tecnologie. Se fino a ora sono state riservate a pochi grandi e grandissimi operatori sul mercato – pensiamo ad Amazon per esempio – nel giro di pochi anni diverranno accessibili a molte più imprese e il numero crescerà in modo esponenziale. Gli imprenditori italiani sanno bene quale impatto può rappresentare l’intelligenza artificiale per le loro aziende, come ha ben spiegato recentemente anche Edoardo Narduzzi.

 

Se in Europa e in Italia fatichiamo a parlare esplicitamente dell’impatto che questo fenomeno avrà necessariamente sull’occupazione, in altri luoghi dove la cultura sindacale e il tema della dignità del lavoratore sono molto meno radicati, l’argomento viene affrontato senza reticenze. Giusto per citare un paio di esempi: Terry Gou, presidente della taiwanese Foxconn ha dichiarato pubblicamente che sostituirà l’80% della forza lavoro con sistemi automatizzati in 5 o massimo 10 anni; Richard Liu, fondatore della società di e-commerce cinese JD.com, ha dichiarato che spera un giorno di riuscire ad automatizzare al 100% la sua azienda.

Come potranno le nostre imprese competere su scala globale se non stando al passo con il resto del mondo ed evolvendosi nel segno dell’automazione?

 

Alle obiezioni di Domenico De Masi rispondo, per esempio, con uno studio dell’OECD, che fotografa una situazione abbastanza precisa sull’impatto che l’automazione e l’intelligenza artificiale avranno nei prossimi anni sull’occupazione: 210 milioni di posti di lavoro a rischio nei 32 paesi considerati nello studio. Ma di  fonti che è possibile consultare per farsi un’idea dello scenario che ci attende ce ne sono ormai numerose, per esempio lo studio di Redwood Software e Sapio Research oppure quello di PWC.

L’Intelligenza Artificiale creerà posti di lavoro? Nel breve periodo è possibile, ma sul medio e lungo termine il saldo sarà pesantemente negativo.  Pietro Ichino rileva giustamente che nell’ultimo quarantennio di forte sviluppo dell’automazione la forza-lavoro italiana è aumentata da 19 a 22 milioni, ma non considera due fattori chiave. Il primo: l’evoluzione tecnologica che si prospetta nei prossimi 5-10 anni è esponenzialmente più veloce di quella avvenuta negli ultimi 40. Non è paragonabile in alcun modo e questo dovrebbe tenerlo presente anche Michele Boldrin nei suoi ragionamenti. Basti pensare che esistono già oggi sul mercato soluzioni tecnologiche in grado di sostituire un intero reparto finance di una media azienda con un costo di poche migliaia di euro all’anno. E senza contributi Inps. Il secondo: è vero che gli occupati sono aumentati negli ultimi quarant’anni – come rilevano Luca Ricolfi per esempio e molti altri – , ma nei dieci anni precedenti al 2017 sono rimasti stabili e il dato significativo in realtà è quello sul numero di ore lavorate totali, che sono diminuite del 5%,  come rileva tra gli altri la CGIA. Quindi in sostanza abbiamo progressivamente sostituito gli occupati full time con occupati part time, come ha fotografato anche l’ISTAT pochi giorni fa. Non si può trascurare questo elemento, se vogliamo affrontare il tema con serietà e senza pregiudizi ideologici e, a mio parere, andrebbe fatto.

 

Niccolò Andreula vede nelle soft skills, nel reshoring e nelle politiche fiscali europee le chiavi per affrontare questa sfida e su questo sono d’accordo, ma non credo che siano sufficienti per un intervento strutturale che vada alla radice del problema. Sul reskilling (suggerisco questa lettura a chi volesse approfondire), come sul reshoring,  in effetti ci sono esempi di successo. Amazon per esempio ha dichiarato di aver formato oltre 16.000 magazzinieri in campi ad alta richiesta come infermieristica e meccanica aeronautica, coprendo il 95% della spesa. Ma sono eccezioni e avvengono in un contesto in cui tutto questo è ancora sostenibile. Nel caso di Amazon tra l’altro oltre che sostenibile è fondamentale in un’ottica di reputation aziendale. Ma quante aziende potranno permettersi oppure – questo è il nodo – vorranno offrire in futuro opportunità di questo tipo ai propri dipendenti divenuti inutili?

 

Bisogna prendere consapevolezza del fatto che il primo nemico della difesa dei posti di lavoro umani è proprio la spinta alla competitività, nel momento in cui questa non si basa più sull’incremento della forza lavoro, ma sull’adozione di tecnologia che ha sempre meno necessità dell’intervento umano. E sempre meno ne avrà in futuro.

 

Non me ne abbiano Luigi Marattin e Luciano Capone, ma devo ammettere che nel nostro studio sul futuro del lavoro probabilmente siamo stati ottimisti. Forse non avremo nemmeno lo spazio di una generazione per ripensare completamente e dalle fondamenta il nostro sistema economico e, soprattutto, quello della formazione che è fondamentale.

 

Se la prospettiva per i prossimi 10 anni può essere positiva, in termini di occupazione e aumento della produttività, sono i successivi 15 quelli che dobbiamo considerare davvero. E bisogna farlo oggi, adesso, implementando strumenti capaci di evolversi con l’evoluzione delle necessità sociali, ripensando al sistema formativo, al sistema fiscale, tassando la produttività più del lavoro umano, come tra gli altri suggerisce lo stesso Marco Bentivogli che con i lavoratori ha a che fare tutti i giorni più di chiunque altro abbia commentato il video.

 

C’è molto da fare e bisogna farlo adesso. Non possiamo lasciare che le nostre imprese si trovino costrette a scegliere tra sopravvivenza e forza-lavoro, dobbiamo creare fin da ora le condizioni perché possano prosperare e questa prosperità vada a vantaggio di tutti, in modo equo. Non dobbiamo lasciare soli i lavoratori, ma nemmeno le imprese. La vera sfida è questa.

 

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