
Il futuro del lavoro. Un dibattito fondamentale per il nostro Paese
4 febbraio 2019 alle ore 14:31•di Davide Casaleggio
Sono contento che in molti abbiano voluto intervenire in un dibattito come quello sul futuro del lavoro (che poi coincide per larga parte con il futuro della società) che è obiettivamente difficile. Ringrazio quindi anche coloro che non sono d’accordo sul merito e sul metodo della ricerca, perché spero che contribuiscano più di altri a stimolare la nascita di un pensiero critico e costruttivo su un tema che, purtroppo, non è pura speculazione. Non è un caso se proprio l’impatto dell’iperproduttività delle tecnologie esponenziali sia stato uno dei temi centrali di discussione nel recente incontro a Davos.
Penso che dobbiamo affrontare questo argomento senza pregiudizi ideologici. Quindi, rispetto per esempio alle obiezioni di Massimo Famularo sul Fatto Quotidiano mi sento di rassicurare tutti che non è mia intenzione promuovere o giustificare l’intervento statale nell’economia. Anzi, come imprenditore, credo che la competitività su un mercato libero, sebbene regolamentato, sia la prima leva della produttività. Il nocciolo della questione, però, è proprio qui: la competitività.
La corsa delle aziende oggi è su questo fronte: contenere i costi, velocizzare e ottimizzare i processi per essere più competitivi sul mercato globale. Quindi, se è vero che l’evoluzione tecnologica non avviene in modo lineare, come giustamente hanno rilevato Stefano Quintarelli e Luciano Floridi (tra l’altro bisogna riconoscere l’impegno di Open per il fact checking sui dati riportati nel video), dobbiamo considerare che non avviene in modo lineare nemmeno l’adozione delle nuove tecnologie. Se fino a ora sono state riservate a pochi grandi e grandissimi operatori sul mercato – pensiamo ad Amazon per esempio – nel giro di pochi anni diverranno accessibili a molte più imprese e il numero crescerà in modo esponenziale. Gli imprenditori italiani sanno bene quale impatto può rappresentare l’intelligenza artificiale per le loro aziende, come ha ben spiegato recentemente anche Edoardo Narduzzi.
Se in Europa e in Italia fatichiamo a parlare esplicitamente dell’impatto che questo fenomeno avrà necessariamente sull’occupazione, in altri luoghi dove la cultura sindacale e il tema della dignità del lavoratore sono molto meno radicati, l’argomento viene affrontato senza reticenze. Giusto per citare un paio di esempi: Terry Gou, presidente della taiwanese Foxconn ha dichiarato pubblicamente che sostituirà l’80% della forza lavoro con sistemi automatizzati in 5 o massimo 10 anni; Richard Liu, fondatore della società di e-commerce cinese JD.com, ha dichiarato che spera un giorno di riuscire ad automatizzare al 100% la sua azienda.
Come potranno le nostre imprese competere su scala globale se non stando al passo con il resto del mondo ed evolvendosi nel segno dell’automazione?
Alle obiezioni di Domenico De Masi rispondo, per esempio, con uno studio dell’OECD, che fotografa una situazione abbastanza precisa sull’impatto che l’automazione e l’intelligenza artificiale avranno nei prossimi anni sull’occupazione: 210 milioni di posti di lavoro a rischio nei 32 paesi considerati nello studio. Ma di fonti che è possibile consultare per farsi un’idea dello scenario che ci attende ce ne sono ormai numerose, per esempio lo studio di Redwood Software e Sapio Research oppure quello di PWC.
L’Intelligenza Artificiale creerà posti di lavoro? Nel breve periodo è possibile, ma sul medio e lungo termine il saldo sarà pesantemente negativo. Pietro Ichino rileva giustamente che nell'ultimo quarantennio di forte sviluppo dell'automazione la forza-lavoro italiana è aumentata da 19 a 22 milioni, ma non considera due fattori chiave. Il primo: l’evoluzione tecnologica che si prospetta nei prossimi 5-10 anni è esponenzialmente più veloce di quella avvenuta negli ultimi 40. Non è paragonabile in alcun modo e questo dovrebbe tenerlo presente anche Michele Boldrin nei suoi ragionamenti. Basti pensare che esistono già oggi sul mercato soluzioni tecnologiche in grado di sostituire un intero reparto finance di una media azienda con un costo di poche migliaia di euro all’anno. E senza contributi Inps. Il secondo: è vero che gli occupati sono aumentati negli ultimi quarant’anni - come rilevano Luca Ricolfi per esempio e molti altri - , ma nei dieci anni precedenti al 2017 sono rimasti stabili e il dato significativo in realtà è quello sul numero di ore lavorate totali, che sono diminuite del 5%, come rileva tra gli altri la CGIA. Quindi in sostanza abbiamo progressivamente sostituito gli occupati full time con occupati part time, come ha fotografato anche l’ISTAT pochi giorni fa. Non si può trascurare questo elemento, se vogliamo affrontare il tema con serietà e senza pregiudizi ideologici e, a mio parere, andrebbe fatto.
Niccolò Andreula vede nelle soft skills, nel reshoring e nelle politiche fiscali europee le chiavi per affrontare questa sfida e su questo sono d’accordo, ma non credo che siano sufficienti per un intervento strutturale che vada alla radice del problema. Sul reskilling (suggerisco questa lettura a chi volesse approfondire), come sul reshoring, in effetti ci sono esempi di successo. Amazon per esempio ha dichiarato di aver formato oltre 16.000 magazzinieri in campi ad alta richiesta come infermieristica e meccanica aeronautica, coprendo il 95% della spesa. Ma sono eccezioni e avvengono in un contesto in cui tutto questo è ancora sostenibile. Nel caso di Amazon tra l’altro oltre che sostenibile è fondamentale in un’ottica di reputation aziendale. Ma quante aziende potranno permettersi oppure – questo è il nodo - vorranno offrire in futuro opportunità di questo tipo ai propri dipendenti divenuti inutili?
Bisogna prendere consapevolezza del fatto che il primo nemico della difesa dei posti di lavoro umani è proprio la spinta alla competitività, nel momento in cui questa non si basa più sull’incremento della forza lavoro, ma sull’adozione di tecnologia che ha sempre meno necessità dell’intervento umano. E sempre meno ne avrà in futuro.
Non me ne abbiano Luigi Marattin e Luciano Capone, ma devo ammettere che nel nostro studio sul futuro del lavoro probabilmente siamo stati ottimisti. Forse non avremo nemmeno lo spazio di una generazione per ripensare completamente e dalle fondamenta il nostro sistema economico e, soprattutto, quello della formazione che è fondamentale.
Se la prospettiva per i prossimi 10 anni può essere positiva, in termini di occupazione e aumento della produttività, sono i successivi 15 quelli che dobbiamo considerare davvero. E bisogna farlo oggi, adesso, implementando strumenti capaci di evolversi con l’evoluzione delle necessità sociali, ripensando al sistema formativo, al sistema fiscale, tassando la produttività più del lavoro umano, come tra gli altri suggerisce lo stesso Marco Bentivogli che con i lavoratori ha a che fare tutti i giorni più di chiunque altro abbia commentato il video.
C’è molto da fare e bisogna farlo adesso. Non possiamo lasciare che le nostre imprese si trovino costrette a scegliere tra sopravvivenza e forza-lavoro, dobbiamo creare fin da ora le condizioni perché possano prosperare e questa prosperità vada a vantaggio di tutti, in modo equo. Non dobbiamo lasciare soli i lavoratori, ma nemmeno le imprese. La vera sfida è questa.
Leggi anche: 2054: la fine del Lavoro come lo conosciamo
Commenti (18)
Sandro Amodeo
4 febbraio 2019 alle ore 19:31Ottimo, ma purtroppo molti italiani ragionano in base a pregiudizi e preconcetti che si basano sull'idea malsana che bisogna produrre sempre di più, sempre di più, sempre di più.... per produrre beni che andranno in discarica perchè invenduti.
Bisogna invece redistribuire la ricchezza già esistente.
gian giul
4 febbraio 2019 alle ore 21:00Non sono persuaso:
1) se produci di più tanto che la tua merce deve andare in discarica vuol dire che non vendi e quindi devi chiudere (e non produci più). In questo caso il mercato si autoregola.
2) La ricchezza si crea producendo e si consuma vivendo. Se si vuol redistribuire la ricchezza non producendo ( forse girandoti i pollici) muori d'inedia.
Rosa23 *****
4 febbraio 2019 alle ore 20:46Si può evincere che siamo di fronte ad un'economia altamente automatizzata con strumenti sviluppatissimi che sostituiscono il lavoro di centinaia di operai, ecc.
Chi rimane insostituibile, a mio avviso, sono i lavoratori come idraulici, falegnami, muratori, meccanici ecc.
Se l'uso e getta trova sempre meno consenso, saranno sempre più necessari i lavori di riparazione e ristrutturazione e quindi persone in grado di eseguire tali lavori, manualmente. Quindi un mondo del lavoro composto da piccoli artigiani e da ingegneri, altamente qualificati, per la creazione di strumenti di altissima automazione.
Ermes Dall'Olio
4 febbraio 2019 alle ore 23:37Tutto il movimento di idee con alti e bassi da' un quadro, complesso si, ma sul quale ragionare, quello che non capisco sono le "FORMULAZIONI DELLE TARIFFE" Caso Italia, stipendi CASTA oltre 15000 euro mensili, Operai 1200 euro mensili se lavorano, Artigiani se non lavorano e non vendono, tutele 0 e chiudono, part-time 550 mensili, pensionati si parte da 600 mensili sino alle SOLITE MIGLIAIA DI EURO DELLA CASTA e loro affiliati. Tutto questo in Italia, e negli altri Stati? Dovendo scambiare, esportare ecc. quale stabilire come reddito? Se Nazioni come la Cina buttano sul mercato auto elettriche a 3000 euro e gli Italiani le comperano in massa, noi cosa gli vendiamo che con il nostro costo del lavoro per 3000 euro possiamo produrre solo UN TERZO di auto? Credo che chi più produce, più vende, più incassa ma fino a quando? Fino alla saturazione del mercato, e poi? Questa storia di aprire le frontiere e globalizzare mi ricorda tanto i nostri Condomini, pensate agli inquilini; tre Avvocati un Medico, un Fornaio, quattro Artigiani, sei Operai e ... una mattina tutti i prodotti li acquistano a bassissimo costo dall'estero. Come farà il fornaio a farsi pagare 8 euro un kg di pane che con 6 euro si comprerebbe una bici elettrica nuova? Per me è un grossissimo problema, spero in teste più intelligenti della mia.
Domenico Castelli
5 febbraio 2019 alle ore 02:54il Grande Grillo: https://www.youtube.com/watch?v=RluZqcP2Sy8
gian giul
5 febbraio 2019 alle ore 08:18Non trovo più i numerosi commenti precedenti.
Giusto, è roba passata e noi dobbiamo guardare al futuro.
Maurizio Zoboli
5 febbraio 2019 alle ore 12:27Questo argomento DOVREBBE essere dibattuto obbligatoriamente nelle scuole. Dalla terza superiore in poi. Ore di dibattiti, per far capire ai ragazzi, che sono in grande percentuale fuori dal mondo, cosa c'è dietro l'angolo. Perché si tratta proprio di un tempo limitato, per iniziare a vedere i cambiamenti che già sono in atto. Dobbiamo chiarire ai futuri lavoratori cosa bisogna fare, le professioni da non iniziare e quelle da approfondire. Scuola, sempre scuola, fortissimamente scuola. Da qui inizia tutto. Investire massicciamente nella scuola. Io sono un micro imprenditore ed ho chiarito bene nella testa che tutto parte da lì. Educazione, preparazione, idee, comportamenti, ... tutto da lì. Saluti.
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5 febbraio 2019 alle ore 17:20Uno che si prende 1 400,000€uro all'anno, dovrebbe aver la dignita di tacere e non prendere x il culo gli italiani,
Continui ad occuparsi della sua gallina dalle uova d'oro e smeta di predire il futuro come un mago telma qualsiasi.
paolob ferrara
5 febbraio 2019 alle ore 18:37Lei Signor 00 ha capito perfettamente di che pasta è fatta: di farina doppio zero. Il suo nome e cognome le si addicono perfettamente.
paolob ferrara
5 febbraio 2019 alle ore 18:31Ho grande considerazione di lei Davide e capisco che la mia età di ottantenne mi preclude persino la capacità di comprendere appieno questo problema, di per se affascinante, che presume una grande capacità di prevedere ciò che succederà avendo le conoscenze del settore che quasi mi sembra cresca più velocemente persino delle nostre capacità cognitive.
Mi chiedo: con le menti degli attuali politici e degli attuali grandi manager presi completamente dalle povere diatribe per la loro quotidiana personale esigenza di sopravvivenza, come farà un paese intero come il nostro a prepararsi ad un problema futuro prossimo così differente dalle attuali problematiche?
Di quanti Davide Casaleggio avremmo bisogno, già oggi, per predisporre l'intero paese al cambiamento appena iniziato? Sono pessimista. Non per niente siamo soliti essere ultimi o quasi, in tantissime cose. Confido solo sulle capacità umane di adattarsi ai tempi, e non per ultimo quello di autolimitare le nascite, come avviene per via naturale già oggi. Ma se il presente è già "assai duro" per le ultime generazioni, per quelle future cosa ne sarà?
pino
5 febbraio 2019 alle ore 19:49La sussidiareta' politica del Governo nazionale deve snellirsi e velocizzarsi per favorire elevati ed incentivanti sviluppi di nuove iniziative adeguandola alle elevate culture mondiali di formare e produrre.
Partendo dall'ammortamento dei tempi necessari delle nuove forme di apprendimento culturali di base snelle, qualitative e rapide con, adeguate metodologie interdisciplinari multilingue delle conoscenze dalla materna, elementari e medie tutte insieme con insegnanti non solo italiano, pronti e formati psicopedagocicamente per l'eta' evolutiva preadolescenziale fino a 15/16 anni dalle Regioni.
I figli di oggi non sono quelli di vent'anni fa. I figli di domani fra dieci anni, non saranno come quelli di oggi.
Serve intervenire in recupero del GAP e d'anticipo per il prossimo decennio. Attivarsi politicamente da "statisti" e non da "avventizi" !
A seguire, le metodologie di formazioni~ricerche~brevetti~royalties e apprendistato universitarie devono assolutamente integrare rapidi e sintetici indirizzi di studi teorici delle attuali superiori in sinergie alle reattivita' culturali del fare "conoscenza" intercontinentale e non piu' come Nazioni e/o Regioni geografiche e/o politiche secondo gli attuali obsoleti schemi mentali della vecchia teorica docenza della baronia nostrana.
Esempio: Se servono gia' oggi solo in Italia, 1000 disegnatori progettisti CAD CAM non solo per la UCIMU e robotica specializzata ma per tutti i settori, comparti e filiere, gia' oggi per imprese italiane o estere con sedi produttive non solo in Italia, che si fa ?
Ciro
6 febbraio 2019 alle ore 10:10Bisogna investire sulle risorse umane.
La qualificazione dei lavoratori, la flessibilità dei ruoli sono l'unica possibilità per creare o mantenere posti di lavoro.
Investire in ricerca, in infrastrutture, in qualità della vita è l'unica opzione per dare un futuro lavorativo a tutti.
Ed infine....... sviluppiamo l'Africa edcaiutiamo gli africani a crescere, a studiare, a fare meno figli e vivere bene.
Dino Barrera
7 febbraio 2019 alle ore 02:01Concordo su ogni considerazione ma soprattutto sulle conclusioni. Occorre una riflessione ampia che coinvolga gli imprenditori seri e disponibili. Non ci sono alternative.
elio d'annunzio
8 febbraio 2019 alle ore 13:46fate rientrare a scuola i bimbi esclusi!!
Maurizio
18 febbraio 2019 alle ore 09:22Cari tutti, dividerei essenzialmente le cose in due parti
Assunzioni pubbliche , che tendenzialmente X far quadrare i conti dovrebbero diminuire , dovrebbero prevedere in ogni caso 1/2 nuove assunzioni X certi dicasteri X titoli ,e non per bandi di concorso, anche a rotazione
Assunzioni private sopratutto i giovani e i non occupati, decontribuzione e probabilmente con griglie salariali (con accordo sindacale ma solo con contratti a tempo indeterminato )
Politica dei redditi , i redditi di tutti i settori sono ampiamente sotto dimensionati rispetto ad altri paesi X due aspetti uno la questione tasse/ costo lavoro, secondo il debole e poco sviluppo delle contrattazioni secondo livello e L introduzione del sistema welfare ( esente tasse e contributi ), se non la poca forza di trattativa sindacale .
In certi settori trainanti introdurrei la semplificazione di imposta diretta a cedolare secca X i redditi assimilati ,esempio per le mance che nel settore turismo ed il suo indotto sono parte rilevante sia di redditi che di elusione /evasione fiscale ( X i sindacati e relativi ccnl le mance sono vietate), L introduzione della cedolare secca irpef/contributi es 15%, porterebbero a galla redditi e possibilità di introiti ai lavoratori oggi nascosti o impossibili da intercettare( pensi al pagamento con carta di credito e la configurazione delle mance nei conti da pagare, come avviene nelle maggior parte dei paesi!
Ultimo , l incentivazione al lavoro autonomo soprattutto X il rilancio del commercio e dei lavori artigianali, se non dell agricoltura
Con aiuti a fondi capitale X le nuovexstart up , che X le la flat tax aumentata si redditi/utili fini a 80.000€
Grazie
Maurizi cuomo
Marco Naldi
25 luglio 2019 alle ore 23:45Il lavoro nel futuro e sicuramente la base su cui poggera' la società del domani, l'equità, la pace sociale, insomma il presupposto per la civile convivenza del mondo globalizzato.
Offre, come per tutto ciò che non conosciamo ma che solo immaginiamo, scenari idilliaci o terrificanti, la prospettiva è molto sogettiva.
Ciò che a me preoccupa sono le premesse per ciò che sarà il lavoro nel futuro. Se i presupposti sono quelli che vedo oggi nell'ambito del lavoro, questi mi fanno propendere per una visione pessimistica. Infatti le condizioni di lavoro per i giovani sono di gran lunga peggiorate rispetto le generazioni precedenti, creando un "odio" generazionale tra padri e figli, accusati i primi di avere dei privilegi, privilegi che un tempo erano considerati diritti.
Devo constatare, avendo un figlio trentenne, un costante gioco al ribasso anche per lavori che richiedono competenze e conoscenze. Questo progressivo sfruttamento in nome del proffitto e della produttività determina un impoverimento sociale ed intellettuale (tanto avete una laurea non serve a nulla), l'ascensore sociale è fermo da pezzo, conseguentemete questo gioco al ribasso, se non arrestato in tempo, porterà alle condizioni disastrose di avere una massa sociale critica impoverita economicamente ed intellettualmente di cui chi detiene il potere economico se ne vorra sbarazzare sostituendolo con l'intelligenza artificiale senza avere né la convenienza né la necessita di riualificarlo ma semplicemente alienandolo come obsoleto. Per un futuro migliore bisogna migliorere le condizioni di lavoro dei giovani d'oggi eliminando le liberalizzazioni fatte in passato e creare le condizioni per rapporti di lavoro stabili che costringano a riconsiderare il lavoratore manuale o intelettuale, una persona e non una risorsa umana.
Luciano Di Lullo
27 agosto 2019 alle ore 21:34Nei quaranta anni di lavoro svolti a costruire tecnologie ad ampia integrazione per rendere il lavoro meno pesante ai lavoratori nelle catene di montaggio,passato il fervore di fare innovazione ,presto mi resi conto che stavo cambiando l'orizzonte futuro ed i valori morali e materiali che avrebbero dovuto emanciparci in un nuovo ordine mondiale di interscambi in modo sempre piu veloci per soddisfare le richieste di mercato a cui offrivamo il valore aggiunto innovativo. Invece le concorrenze con offerte moltiplicative per le alte quantita' produttive che iniziarono a sostituire con robot sempre piu specializzati, interi gruppi di lavoratorivo ,di cui non se ne ebbe piu bisogno e messi fuori produzione.Oggi tutto e' prodotto con con IA ed il lavoro lo fanno le macchine che non pagano TASSE ma gratis lavorano privando lo stato del prelievo fiscale pre le necessita del popolo.Bisogna Tassare i Robot come hanno Tassato i lavoratori umani,solo cosi si ridistribuisce un reddito in modo circolare a chi in condizione di OZIO possa non sentirsi escluso visto che ora e' stato veramente liberato dal lavoro?
anne25 eledge
22 ottobre 2021 alle ore 22:27Buongiorno; Ciao.
Se ho ritrovato il sorriso è stato grazie alla signora Anne Eledge che ho ricevuto un prestito di 45.000 euro, e anche due mie colleghe hanno ricevuto prestiti da questa donna senza alcuna difficoltà. È con la signora Anne Eledge, che la mia vita sorride di nuovo, è una donna dal cuore semplice e molto comprensiva. Ecco il suo contatto:
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Saluti