2054: la fine del Lavoro come lo conosciamo

Abbiamo pubblicato il nuovo video di Casaleggio Associati“2054: La Fine del Lavoro come lo Conosciamo”.Questo è il momento di comprendere cosa sta accadendo e come rapportarsi alla quarta rivoluzione industriale e le tecnologie esponenziali.Quali lavori scompariranno, in quale anno e perché? Quali saranno i nuovi a comparire, come affronteremo la ridistribuzione dell'iper-produttività delle aziende intelligenti e le aziende senza dipendenti?L'intelligenza collettiva può dirci cosa ci aspetta o come possiamo costruire il nostro futuro.Condividi la tua previsione del futuro su https://thefuture.work/ideas, scrivi la tua previsione o vota.

Pubblicato da Davide Casaleggio su Martedì 15 gennaio 2019

 

Di seguito l’intervista che ho rilasciato al Corriere della Sera

 

«2054. Il lavoro che conoscevamo è scomparso. Dedichiamo solo l’1% della nostra vita al lavoro». Inizia così un video prodotto dalla Casaleggio Associati che vuole essere un manifesto del mondo che sarà.

Davide Casaleggio, dipingete un futuro non proprio roseo per il lavoro. Non pensa che sia un po’ troppo pessimistica questa visione?
«Il video parte dall’osservazione di fenomeni già in corso, sebbene ancora non su larga scala. Dobbiamo prendere atto che la direzione è questa già da alcuni decenni e ora sta accelerando. Prima ce ne rendiamo conto, prima possiamo mettere in atto strategie per affrontare questo passaggio con efficacia».

Sembra che in realtà questa quarta rivoluzione industriale sia più negativa che positiva, però.
«Tutte le rivoluzioni industriali hanno avuto un forte impatto sulla società e sull’economia. È importante capire cosa sta accadendo per anticipare i problemi, ma anche per intercettare le opportunità. È chiaro che, se non cominciamo a pensare a come affrontare una trasformazione del mondo del lavoro così radicale come quella che si preannuncia, difficilmente potremo coglierne le opportunità».

Nei prossimi giorni verrà varato il decreto attuativo del reddito di cittadinanza. Come si inserisce in questo scenario?
«È una misura che ci mette al passo con il resto d’Europa e che intende sostenere l’occupazione attraverso la formazione. Ma non è solo questo. Con l’avvento di nuove tecnologie il rapporto tra produttività e tempo lavorativo, che si traduce in occupazione, è cambiato e in futuro i due fattori saranno sempre più indipendenti. Entro una generazione, molte professioni scompariranno».

Quindi?
«Occorrerà istituire dei meccanismi di redistribuzione del reddito svincolati dall’occupazione che supportino la domanda, altrimenti avremo la massima produttività e consumatori con sempre meno capacità di spesa. Possiamo intendere il reddito di cittadinanza anche come un primo passo verso la ridistribuzione alla comunità di questa iper-produttività delle imprese».

Gli imprenditori però lo hanno visto come una misura di assistenzialismo, non certo di sviluppo. Sono molto critici su questo provvedimento.
«Credo che le grandi industrie italiane, come già avviene all’estero, conoscano bene questi temi. Per le Pmi invece l’adeguamento tecnologico può essere un fattore critico, per questo bisogna supportarle, guardando ai modelli più innovativi, come blockchain e intelligenza artificiale. Si prevede solo per quest’ultima un aumento della produttività per le aziende fino al 40% entro il 2025. Altro tema importante è quello del reshoring, che sta già avvenendo con la sostituzione del lavoro asiatico a basso costo con investimenti in automazione in Italia. Dobbiamo creare le condizioni perché tutto questo porti beneficio alle imprese e a tutta la collettività».

Pensa che l’Europa possa avere un ruolo chiave in tutto questo?
«L’Europa potrebbe essere una risorsa fondamentale, ma per affrontare uno scenario così complesso è necessario cambiare approccio. I criteri che hanno regolato la visione economica fino a questo momento presto non saranno più adeguati, anzi già oggi non lo sono più».

Ma rispetto alle politiche di austerità? Vede un reddito di cittadinanza europeo?
«La ricetta europea non è stata risolutiva e funzionerà sempre meno nei prossimi anni, avanzando in questo scenario, che, sia chiaro, non riguarda solo l’Italia. Se ci fosse una vera Unione Europea, con politiche economiche e fiscali omogenee, potremmo affrontare con maggiore efficacia i futuri cambiamenti e anche, perché no, pensare a un reddito di cittadinanza europeo. D’altra parte l’Italia era rimasto uno degli ultimi Paesi a non averlo introdotto».

Per l’Italia cosa immagina?
«Vorrei che non solo cogliesse l’opportunità dell’innovazione tecnologica ma che potesse offrire le condizioni per la nascita dei Google, Facebook e AirBnB del futuro. Con un sistema fiscale capace di rispondere alle future esigenze di imprese e collettività e un sistema di formazione continua per garantire figure altamente specializzate capaci di operare nel mondo produttivo che si sta delineando. Tutto questo potrà avvenire solo con la collaborazione di tutte le componenti che concorrono al ciclo economico e sociale».

E tutti questi disoccupati cosa faranno?
«La sfida è trasformare la disoccupazione e l’inoccupazione in opportunità di crescita attraverso nuove forme di lavoro e supporto alla collettività e grazie a un sistema di formazione adeguato. Il problema della stabilità sociale non è disgiunto da questi temi, anzi è strettamente connesso. Come stiamo vedendo in piccolo, per esempio, Oltralpe».


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