Camelot dopo Rousseau. Del MoVimento, nello Statuto, non resta nulla.

Di seguito l’intervista rilasciata ad Emanuele Buzzi dal presidente dell’Associazione Rousseau Davide Casaleggio pubblicata su Il Corriere della Sera.


 

Davide Casaleggio, com’è la sua nuova vita senza M5S? Nostalgia della politica?

«Attraverso le mie competenze di innovazione digitale ho contribuito per 15 anni a costruire un movimento politico che ha raggiunto risultati straordinari andando tre volte al governo e raggiungendo importanti primati a livello mondiale grazie a Rousseau. Grandi successi che non lasciano spazio alla nostalgia perché è un sentimento di chi guarda al passato e ha paura di rimettersi in gioco. Ora occorre rilanciare e portare la partecipazione ad ogni livello, non solo politico».

Cosa pensa del litigio e poi della pace tra Conte e Grillo?

«Credo si sia perso di vista il Movimento».

Le piace il nuovo statuto M5S?

«Del M5S nello statuto presentato non rimane nulla. A questo punto potrebbe essere apprezzabile che cambiassero anche il nome di questo diverso soggetto politico che si vuole creare. Si è passati da una struttura iperdemocratica ad una struttura iperverticistica in cui nessuno viene votato, nessuno si può candidare, persino i gruppi locali non possono esistere se non battezzati da parte di qualche nominato. Oggi non mi risulta ci sia alcuna forza politica in Italia con un vertice di nominati. La paura della libera competizione tra persone e idee, e del confronto democratico non ha mai portato lontano».

Ora cosa accadrà a Rousseau e alla piattaforma?

«Oggi molti aspetti della nostra vita e della società sono collegati a piattaforme digitali, anche la partecipazione in futuro lo sarà sempre di più. La partecipazione crea valore: aumenta il senso d’appartenenza, consente di costruire reti sociali di fiducia fondamentali per attivare il cambiamento e la trasformazione digitale. è un trend irreversibile. Costruire gruppi sociali che sappiano creare valore è un fattore strategico che consentirà di fare la differenza. Nel 2001 mio padre scriveva: “Le persone desiderano essere felici nel luogo di lavoro, fare parte di una comunità in cui si riconoscono, avere la possibilità di essere valutate per le loro capacità. Le persone ambiscono a Camelot”. Anche per questo abbiamo deciso di chiamare il nuovo progetto Camelot».

Camelot strizzerà anche l’occhio alla politica?

«Camelot sarà una Benefit corporation che perseguirà finalità di beneficio comune ad alto valore sociale come la promozione della cittadinanza attiva e digitale. Abbiamo deciso di abbracciare questo innovativo modello di fare impresa, sebbene richieda più responsabilità e sia più impegnativo di altri, perché vogliamo far radicare un modello concreto che contribuisca alla trasformazione dello strumento della delega in partecipazione efficace. Abbiamo ricevuto diverse richieste dai privati, ma valutiamo anche progetti interessanti nell’ambito politico e istituzionale, perlopiù dall’estero».

A chi si rivolge allora?

«A tutte le realtà che devono organizzare molte persone e che finora hanno ricorso alla delega perdendosi l’opportunità di coinvolgere i propri aderenti tutti i giorni dell’anno, e non solo nel momento del rinnovo delle cariche. Dalle associazioni di settore a quelle professionali, dalle aziende che vogliono coordinare dipendenti o piccoli azionisti di società quotate fino alle associazioni studentesche o i sindacati. Il grande impatto che si può generare lo abbiamo già dimostrato in politica, ma lo stesso principio si applica in tutte le reti sociali che fanno partecipare le persone».

Che servizi offrirà?

«Vogliamo andare oltre la politica. Metteremo a disposizione ecosistemi in grado di gestire in modo completo una comunità online: iscrizione, versamento quote associative, formazione online, gestione eventi, oltre che la condivisione dei materiali e la valorizzazione dei singoli membri con un sistema di meriti. Arrivando anche alla gestione delle assemblee e del voto».

Crede ancora nella democrazia diretta?

«Questo strappo è paradossalmente la dimostrazione che la democrazia partecipata funziona. Rousseau garantiva la partecipazione dal basso alle scelte importanti, ma per costruire un partito unipersonale basato su un sistema di nomine è stato necessario eliminarlo e sostituirlo con meccanismi di creazione del consenso guidato dall’alto».

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