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I servizi offerti dalle piattaforme digitali sono guidati da due parametri: il tempo e l’accessibilità. Minore è l’intervallo che separa l’interazione con il servizio dal risultato atteso, migliore è la percezione che avremo della qualità del servizio reso. In media, esauriamo le interazioni con le applicazioni mobili che popolano i nostri telefoni cellulari in meno di due minuti – 72 secondi, per l’esattezza. Si alimenta così un vero e proprio culto della velocità, come dimostrano i mercati finanziari. Una frazione di secondo in meno può essere decisiva per concludere la compravendita di titoli quotati in borsa. La creazione o la perdita di capitali è questione di attimi. Il parametro dell’accessibilità risponde all’idea secondo cui la tecnologia digitale deve essere semplice. Al punto che, riguardo all’uso della tecnologia, l’incompetenza dell’utente non rappresenta più un limite; anzi, è un valore. La tecnologia di massa non può che essere “fool-proof” – a prova d’idiota. Lo intuisce la Apple, che nel 1998 commercializza il primo iMac, accompagnandolo da un manuale utente di appena una pagina. L’utente era invitato a collegare il computer alla rete elettrica e accenderlo, pigiando l’apposito tasto. In pochi anni, con la telefonia mobile, l’idea della accessibilità raggiunge lo stato di sublimazione. La quasi totalità delle migliaia di interazioni fisiche che ogni giorno compiano attraverso i nostri telefoni cellulari si completa con pochi movimenti. Ne bastano dieci per comprare un prodotto sul sito di Amazon. Con nove prenotiamo un volo; mentre per ordinare un pasto ne occorrono appena sei. La pervasività di questi due parametri – tempo e accessibilità – per definire la nostra percezione di qualità della tecnologia, ha conseguenze importanti – genera cioè cambiamenti radicali nelle sfere individuale e collettiva. Il più importante di tutti: il consumatore medio è assuefatto a gratificazioni frequenti e rapide – la qualità di queste ultime diviene, per necessità, ‘a bassa risoluzione’. La tecnologia offre cioè intenzionalmente all’utente medio un prodotto qualitativamente scadente – o comunque al di sotto delle potenzialità. Da consumatori, siamo assediati da prodotti approssimativi. Le notizie che leggiamo, la musica che ascoltiamo, le fotografie che scattiamo: assolvono una funzione precisa, cioè soddisfare il sempre più diffuso appetito di rapide gratificazioni. Che genere di ripercussioni generano questi cambiamenti rispetto alle nostre interazioni digitali con i con poteri pubblici? Ci sono due punti interessanti al riguardo:
- Il primo: le amministrazioni pubbliche tendono ad adeguare la propria azione digitale ai parametri di rapidità e accessibilità che guidano lo sviluppo e la commercializzazione di nuove tecnologie. Per semplificare: il service design dei servizi pubblici digitali modella l’azione pubblica digitale in funzione della rapidità del servizio e della semplicità delle interazioni.
- Il secondo: questa azione pubblica digitale non sempre è in condizione di replicare gli standard di uso corrente nella tecnologia commerciale. Diversamente dalle aziende, infatti, l’amministrazione è vincolata al dovere di offrire un servizio di alta qualità: inclusivo, trasparente, che faccia un uso ragionevole delle (poche) risorse disponibili.
- Il primo nodo è di esclusione digitale. L’Italia soffre di un divario digitale, a tratti netto, che separa la popolazione tra coloro potenzialmente in grado di partecipare attivamente attraverso la tecnologia e coloro che, pur volendo, non hanno gli strumenti e le conoscenze per farlo. Attenzione però: la retorica del divario digitale induce a pensare che gli unici interventi necessari riguardino coloro che non hanno accesso o dimestichezza con la tecnologia. È una visione miope. I divari digitali si estendono spesso a categorie non sospette: coloro che abitano lontano dai centri abitati, le donne, la popolazione carceraria, o addirittura i giovani.
- Il secondo nodo è più insidioso: riguarda l’impatto reale della partecipazione digitale. In sostanza le piattaforme digitali, rispetto ai canali tradizionali di partecipazione, non sempre garantiscono una risposta numericamente più ampia e qualitativamente migliore da parte degli interessati. Accade così, ad esempio, per le consultazioni pubbliche organizzate dalla Commissione europea. Si discute quindi su quali correttivi di design sia utile introdurre per incentivare i cittadini a partecipare. Tra le ipotesi più innovative troviamo l’utilizzo di nudge per stimolare la partecipazione, reiterando le dinamiche dei giochi. È il caso, in Italia, della recente ‘lotteria degli scontrini’ introdotta dalle leggi di bilancio 2019 e 2020.
- Un ultimo nodo, infine, è relativo alla tecnologia utilizzata e al processo che la governa. Un recente studio comparato di 465 piattaforme di open government operative in 87 Paesi, svela che pur rimanendo lo standard potenzialmente più efficace, il codice aperto nasconde insidie di affidabilità e durata. Naturalmente è possibile preservare l’affidabilità (attraverso ripetuti controlli di qualità) ed estendere la durata (aggiornando le piattaforme con nuove funzioni). Parliamo però di interventi dispendiosi, in tempo e denaro, che hanno senso solo se pianificati con attenzione.

