Gianroberto Casaleggio: lo Statuto di Anna

Con questa rubrica ogni settimana vogliamo regalarvi un estratto degli scritti di Gianroberto Casaleggio. Per ricordare parte di quel pensiero, di quelle idee che lo hanno portato a fondare il MoVimento 5 Stelle e il Progetto Rousseau.

Di seguito “Lo Statuto di Anna” tratto dal suo libro “Web ergo sum” pubblicato nel 2004.


Anna, figlia dei Duchi di York, regnò in Gran Bretagna dal 1702 al 1714. Di quel periodo si ricordano un particolare stile architettonico (“Queen Anne”), l’abolizione del Parlamento Scozzese e lo Statuto di Anna. 

Lo Statuto di Anna del 1710 è la prima legge completa suI copyright. Il problema della regolamentazione della proprietà intellettuale esisteva, non disciplinato, sin dall’introduzione della stampa a caratteri mobili di Gutemberg, e risale al “Salterio di Magonza” del 1457, il primo libro stampato. Gutemberg rese possibile la distribuzione di massa dei testi, un problema politico per la potenziale diffusione di idee non gradite al potere. 

Le tipografie furono censite e messe sotto controllo statale ed i libri iscritti in appositi registri o censurati. 

La Statuto di Anna fu la risposta legislativa all’invenzione della stampa: introdusse la proprietà intellettuale dell’autore, un termine temporale di quattordici anni per i diritti sulle nuove pubblicazioni e rafforzò la figura dell’autore, pur mettendola sotto tutela politica. 

Copyright è, secondo il vocabolario, “il diritto d’autore su opere letterarie o artistiche”: il suo significato letterale deriva dall’unione delle due parole inglesi “copy” (copiare, riprodurre) e “right” (diritto). 

La durata del copyright è cambiata molte volte e, dai testi scritti, si è passati alla tutela di ogni tipo di produzione: disegni, composizioni musicali, fotografie, filmati, programmi software. Il copyright è entrato in crisi con l’avvento di Internet che consente la libera diffusione dell’informazione. 

Era già stato messo in discussione all’inizio degli anni ’80 da Richard Stallman, un informatico che, con la creazione della “Free Software Foundation” e la pubblicazione dello “GNU Manifesto”, pose le basi per la creazione di software libero, riusabile e non soggetto ad interessi economici. 

Stallman ha inventato il concetto del “copyleft” per il software. Un “software copyleft” può essere usato, modificato e distribuito senza restrizioni da chiunque. Il copyleft si è esteso in seguito anche al mondo fisico. Uno degli esempi più noti è OpenCola, una bibita (ora non più prodotta) con gusto simile alIa Pepsi Cola e alIa Coca Cola. Sulla lattina color argento di OpenCola era riportata una scritta che invitava a collegarsi al sito www.opencola.com per copiare e riutilizzare la composizione della bibita ed eventualmente commercializzarla. OpenCola e stato il primo prodotto fisico copyleft di largo consumo. Non è comunque l’unico esempio. Wikipedia, www.wikipedia.com, l’enciclopedia multilingue, e Linux, www.linux.org, il software open source, sono tra i molti copyleft esistenti. 

Il copyleft sta crescendo insieme alla Rete. Se si imposta la parola copyleft nel motore di ricerca Google, si ottengono più di un milione di risultati. Non male per un concetto emergente che destabilizza le regole su cui è costruita la nostra economia. 

La conoscenza è alla base delle fortune commerciali delle maggiori imprese, la sua tutela è vitale per i loro profitti. Ma lo è anche per it consesso sociale? O quest’ultimo ne paga le conseguenze? Il costo elevato di alcuni prodotti farmaceutici che non possono essere liberamente riprodotti causa, per esempio, la morte di milioni di persone. 

La Rete, come ha dimostrato Napster per la musica, consente il libero scambio di conoscenza tra le persone. Chi dispone di informazione in formato digitale può renderla accessibile ad altri dal suo pc. In passato si prestava un libro o un disco ad un amico senza incorrere in alcuna sanzione. La differenza è che la Rete consente di farlo su scala mondiale. 

Ma allora chi scrive un libro perde ogni fonte di guadagno? No, infatti è dimostrato che la pubblicazione di un testo online può trascinare la vendita del libro stampato. Più è conosciuto e popolare (la Rete è una formidabile amplificatrice), più viene acquistato. 

La ricerca, che è alla base dello sviluppo della conoscenza, ha però un costo e, per le leggi del mercato, senza ritorno economico non ci può essere ricerca. Forse conviene mettere in discussione la sacralità del mercato ed una società basata sui denaro. 

Bloccare il copyleft e la libera circolazione della conoscenza sarà comunque difficile. Una situazione come quella riportata da Ray Bradbury in “Fahrenheit 451”, dove il potere viene esercitato bruciando ogni libro (la carta brucia alia temperatura di 451 fahrenheit), è impossibile con Internet. Bisogna rivedere i dogmi che si sono accumulati dall’introduzione della proprietà intellettuale e trovare nuove strade. 

Lo Statuto di Anna ha definito un quadro normativo legato all’utilizzo della conoscenza ed ha avuto una validità secolare. Internet ha cambiato la realtà del copyright ed occorre affrontare questo fatto con nuovi strumenti. 

Un articolo è di norma copyright, ma se l’autore lo concede può essere copyleft. Il primo articolo copyleft è stato pubblicato sulla rivista New Scientist da Graham Lawton il primo luglio del 2002. Il titolo èThe great opensource giveawaye lo si può leggere suI sito www.alternet.org. Lawton conclude così: “Forse questo articolo scomparirà senza traccia. Forse verrà fotocopiato, edito altre volte, riscritto, scomposto e ricomposto su website, volantini e articoli in giro per il mondo. Io non lo so. Ma non è questo il punto. Non e più in mio potere. Ora la decisione appartiene a tutti noi”. 

(Questo testo è stato il primo copyleft pubblicato in Italia).

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