Giorgio Fede: Oggi vi presentiamo la nostra idea ribelle e parliamo di rigenerazione urbana. La rigenerazione urbana è un termine molto utilizzato è molto attuale, però parliamo di qualità della vita, parliamo di qualità dell'abitare. Le nostre vite sono sempre influenzate da tante cose, una delle più importanti è la forma della città in cui viviamo, i centri storici e i tanti borghi meravigliosi del nostro Paese. Questi sono appunto l’elemento che costituisce la caratteristica dell'ideale urbanistico che è tipico anche di una storia millenaria dell'Italia presa spesso a riferimento da una cultura internazionale dell'architettura, che vede nel modello italiano un modello di qualità. Un esempio che è preso spesso anche dalle città del nord Europa, dalle culture, anche dalle tradizioni più evolute che fanno riferimento alla storia italiana. Per parlare di questo oggi abbiamo un gradito ospite: il professore Antonello Alici, che è un architetto, uno storico e un critico dell'architettura, professore di storia dell'architettura all’Università Politecnica delle Marche di Ancona, nonché esperto di cultura urbana e di architettura dei paesi nordici. È una persona che ha studiato a lungo il viaggio come strumento di trasmissione della cultura tra mediterraneo e nord. Grazie professor Alici. Cosa è accaduto alle nostre città? Come sono cambiate nei secoli e come stanno cambiando le scelte urbanistiche? Soprattutto quelle degli anni settanta e ottanta sono state spesso discutibili per le città. Ma soprattutto di chi è la città? Antonello Alici: Questa domanda è una domanda centrale. La città è dei cittadini, la città è disegnata per i cittadini, è disegnata per una socialità e nella storia la città italiana soprattutto è stata maestra, ha insegnato il modello della città e la vivibilità della città a tutto il mondo. L’Italia era un luogo dove si veniva a completare la cultura artistica architettonica, la cultura urbanistica, e nel tempo il nostro modello è stato trasferito in altri Paesi. Ma nel frattempo tutto è cambiato, lei ha citato gli anni settanta, gli anni ottanta, sono stati anni piuttosto disastrosi in cui il cittadino è stato allontanato sempre di più dalla propria città, dal proprio luogo, almeno è stato allontanato dalle scelte, e queste nostre città hanno perso la loro dimensione urbana, hanno perso la dimensione dello spostamento pedonale, hanno perso la dimensione della qualità dei luoghi. Un luogo molto importante è la piazza, è un'invenzione italiana la piazza medievale che aveva un valore, un significato. Le città avevano molte piazze, ogni piazza era caratterizzata da un proprio uso specifico: la piazza del mercato, la piazza della chiesa, eccetera. Bene, tutto questo si è perso nel tempo. Si è perso nella foga di rendere le città sempre più affollate, di moltiplicare case, di moltiplicare costruzioni passando dalla qualità alla quantità. Giorgio Fede: Quindi a questo punto professore la domanda sorge spontanea: cosa dovremmo fare per invertire questo percorso e soprattutto quali sono le azioni principali che servono per migliorare le nostre città e quindi le nostre vite? E prendendo spunto da quello che lei ha detto, che valore hanno la piazza e gli spazi per i cittadini? Come possiamo interagire per una città migliore? Antonello Alici: Intanto l'architettura e l'urbanistica dovrebbero diventare materie più comprensibili a tutti i cittadini, non dovrebbero restare chiuse nei luoghi della disciplina scientifica o dentro l'ambito soltanto degli architetti o degli addetti ai lavori. L'architettura dovrebbe essere comprensibile a tutti e le scelte per le città andrebbero fatte con la partecipazione piena dei cittadini. Negli anni ‘70 c'è stato un grande movimento di partecipazione verso i cittadini però è stato un movimento che è stato poi gradualmente ridotto ad un aspetto assolutamente marginale. Di chi è la città è una domanda che si son fatti alcuni architetti e intellettuali finlandesi poche settimane fa rendendosi conto che la loro città, la loro capitale, anziché una città all'avanguardia, un modello per noi molto importante, è stata gradualmente espropriata di qualsiasi collegamento con i cittadini. La città è stata data in mano ai costruttori, agli investitori e i cittadini sono stati costretti a subire una serie di scelte che non possono essere più da loro condivise, una serie di scelte che li allontanano dalla capacità di comprendere le trasformazioni della propria città. E così le piazze diventano luoghi completamente anonimi, luoghi privi di qualità e spesso i giovani, lo sappiamo molto bene, scelgono magari piazze molto particolari, come sono i centri commerciali, o luoghi dell'anonimato. Ebbene questo è un trend assolutamente suicida. Dobbiamo cambiare radicalmente questo, ripartire dall’apertura ai cittadini, riconsegnare le città ai cittadini. Giorgio Fede: Questo è un tema è fantastico, perché quello del dibattito pubblico, ossia come i progetti devono essere pensati e condivisi con i residenti, con chi fruisce di queste scelte, e non devono essere chiaramente i palazzinari, con il rispetto per chi svolge l’attività edilizia, a disegnare le città su un disegno di profitto, ma sulla scelta di avere una città a modalità e a misura d'uomo. Lei ha parlato dei giovani e degli spazi di aggregazione che in questo periodo sono più che mai attuali, perché è un'aggregazione compressa, sofferta. Chiaramente dobbiamo pensare a disegnare delle città efficienti e di qualità per una buona qualità della vita. Parlando fra noi in altre circostanze, lei mi diceva che ci sono dei modelli nazionali, tipicamente italiani, che sono visti come degli stereotipi di eccellenza per la dimensione, per la misura e questa è un'altra domanda appunto. Che difficoltà ci sono nel realizzare questi cambiamenti? E soprattutto che influenza ha la misura del progetto della città? Perché siamo andati in modelli che portavano a megalopoli, a grosse periferie, a zone senza servizi, invece la misura è una questione che conta, perché è appunto la misura del quarto d'ora, la misura della città che si percorre, che si vive con poco inquinamento, con una riduzione dei mezzi di trasporto. Queste sono cose importanti. Quindi quale importanza ha la misura della dimensione della città? Antonello Alici: Se noi che siamo nelle Marche o vicini alle Marche o frequentiamo le Marche abbiamo in mente la Piazza del Popolo di Ascoli Piceno o la piazza centrale di Fermo, noi possiamo vedere molto bene che queste piazze erano misurate, commisurate al movimento dell'uomo, alla distanza, diciamo alla misura dello sguardo, alla capacità di essere dei luoghi di piena accoglienza in cui l'uomo era in piena diciamo sintonia con il luogo. La misura ce l'hanno insegnata le città romane o le città greche e le città medievali: avevano un limite che non si poteva superare, un limite di abitanti e un limite di spazio e di luogo. Poi l'uomo ha avuto la presunzione di cancellare questi limiti e c'è stata, diciamo, la volontà di occupare sempre più spazio. Ebbene queste città di nuova occupazione sono state dei completi fallimenti: sono città artificiali che non hanno imparato nulla dalla città storica, dalla città antica. Sono città in cui sono stati relegati i cittadini di serie B o di serie C, perché i luoghi di aggregazione di questi spazi, al di fuori di quelli che noi chiamiamo centri storici, sono luoghi disumani, sono luoghi dove non c'è benessere, piacevolezza. Non soltanto in Italia, in tutto il mondo. Questi sono i luoghi che sono diventati luoghi dell'emarginazione. Bene, dobbiamo riparare questi luoghi. Dobbiamo tornare a trasformare questi luoghi in luoghi vivibili per riportare anche la cittadinanza di questi luoghi ad una qualità e dobbiamo ripristinare questa idea della misura, del controllo, dell'equilibrio che abbiamo completamente perso. Un punto molto importante: la città va restituita cittadini, ma i cittadini vanno educati nel senso letterale della parola, i cittadini devono essere in grado di comprendere quali sono le scelte da fare insieme agli amministratori insieme agli operatori, diciamo ai tecnici che si occuperanno di questo. Quindi la partecipazione non vuol dire lasciare i cittadini completamente liberi, vuol dire dialogare con i cittadini e portarli a comprendere una materia che non può essere lontana da loro, non può essere una materia aliena e soltanto preda di addetti ai lavori. Giorgio Fede: Lei ha detto delle parole che non possono che farci piacere, che condividiamo, perché questa qui diventa veramente un'idea ribelle che passa per tanti concetti cari a molte persone che hanno a cura l'ambiente, quindi lo stop al consumo del suolo, il recupero, il ruiuso, il ridisegnare gli spazi per avere città migliori, più sicure, più sane dal punto vista ambientale, per una vita di qualità e di ambiente. A questo ci porterebbe questa idea ribelle, per cui sarebbe un’idea che potrebbe rendere veramente straordinario il nostro Paese. Per cui, per chiudere con una battuta, quale dovrebbe essere il nostro agire per concretizzare questa idea ribelle? In parte lo abbiamo già detto, magari una sintesi. Antonello Alici: Una sintesi è quella di riprenderci i nostri spazi. Diciamo che una sintesi è difficile, ma la sintesi è qualità al posto di quantità, dialogo, capacità di avere rapporti e di creare e di ricreare le relazioni tra il luogo e i cittadini. E la pandemia deve darci un insegnamento: questa condizione di chiusura e di malessere che stiamo vivendo è proprio la conseguenza del malessere che ci danno queste città. Quindi potrei dire qualità anziché quantità, benessere dopo questo grande malessere. Giorgio Fede: Perfetto, e io professore la ringrazio perché è stato uno scambio interessantissimo, ricco di spunti che possiamo sintetizzare appunto su qualità e su benessere sul consumo di uso zero del suolo, su un ambiente migliore e su una socialità migliore. Grazie

Idee ribelli: Rigenerazione Urbana
19 aprile 2021 alle ore 10:19•di Giorgio Fede
Le idee ribelli sono le idee che possono rendere straordinario il nostro Paese e che si ribellano alla quieta disperazione del non cambiare nulla. Le idee ribelli si compongono di due parole dove ribelle è l’aggettivo come: Identità Digitale, Acqua Pubblica o Reddito Energetico.
Proponi la tua idea ribelle! Compito di chi si proporrà come custode di un’idea ribelle sarà quello di promuoverla, ma anche e soprattutto di creare la consapevolezza che il tempo per quella idea è oggi.
Oggi Giorgio Fede, portavoce del MoVimento 5 Stelle al Senato e facilitatore regionale relazioni interne Marche, propone la sua idea ribelle “Rigenerazione Urbana" raccontandola con il supporto di Antonello Alici, professore di storia dell'architettura all’Università Politecnica delle Marche.
Giorgio Fede: Oggi vi presentiamo la nostra idea ribelle e parliamo di rigenerazione urbana. La rigenerazione urbana è un termine molto utilizzato è molto attuale, però parliamo di qualità della vita, parliamo di qualità dell'abitare. Le nostre vite sono sempre influenzate da tante cose, una delle più importanti è la forma della città in cui viviamo, i centri storici e i tanti borghi meravigliosi del nostro Paese. Questi sono appunto l’elemento che costituisce la caratteristica dell'ideale urbanistico che è tipico anche di una storia millenaria dell'Italia presa spesso a riferimento da una cultura internazionale dell'architettura, che vede nel modello italiano un modello di qualità. Un esempio che è preso spesso anche dalle città del nord Europa, dalle culture, anche dalle tradizioni più evolute che fanno riferimento alla storia italiana. Per parlare di questo oggi abbiamo un gradito ospite: il professore Antonello Alici, che è un architetto, uno storico e un critico dell'architettura, professore di storia dell'architettura all’Università Politecnica delle Marche di Ancona, nonché esperto di cultura urbana e di architettura dei paesi nordici. È una persona che ha studiato a lungo il viaggio come strumento di trasmissione della cultura tra mediterraneo e nord. Grazie professor Alici. Cosa è accaduto alle nostre città? Come sono cambiate nei secoli e come stanno cambiando le scelte urbanistiche? Soprattutto quelle degli anni settanta e ottanta sono state spesso discutibili per le città. Ma soprattutto di chi è la città? Antonello Alici: Questa domanda è una domanda centrale. La città è dei cittadini, la città è disegnata per i cittadini, è disegnata per una socialità e nella storia la città italiana soprattutto è stata maestra, ha insegnato il modello della città e la vivibilità della città a tutto il mondo. L’Italia era un luogo dove si veniva a completare la cultura artistica architettonica, la cultura urbanistica, e nel tempo il nostro modello è stato trasferito in altri Paesi. Ma nel frattempo tutto è cambiato, lei ha citato gli anni settanta, gli anni ottanta, sono stati anni piuttosto disastrosi in cui il cittadino è stato allontanato sempre di più dalla propria città, dal proprio luogo, almeno è stato allontanato dalle scelte, e queste nostre città hanno perso la loro dimensione urbana, hanno perso la dimensione dello spostamento pedonale, hanno perso la dimensione della qualità dei luoghi. Un luogo molto importante è la piazza, è un'invenzione italiana la piazza medievale che aveva un valore, un significato. Le città avevano molte piazze, ogni piazza era caratterizzata da un proprio uso specifico: la piazza del mercato, la piazza della chiesa, eccetera. Bene, tutto questo si è perso nel tempo. Si è perso nella foga di rendere le città sempre più affollate, di moltiplicare case, di moltiplicare costruzioni passando dalla qualità alla quantità. Giorgio Fede: Quindi a questo punto professore la domanda sorge spontanea: cosa dovremmo fare per invertire questo percorso e soprattutto quali sono le azioni principali che servono per migliorare le nostre città e quindi le nostre vite? E prendendo spunto da quello che lei ha detto, che valore hanno la piazza e gli spazi per i cittadini? Come possiamo interagire per una città migliore? Antonello Alici: Intanto l'architettura e l'urbanistica dovrebbero diventare materie più comprensibili a tutti i cittadini, non dovrebbero restare chiuse nei luoghi della disciplina scientifica o dentro l'ambito soltanto degli architetti o degli addetti ai lavori. L'architettura dovrebbe essere comprensibile a tutti e le scelte per le città andrebbero fatte con la partecipazione piena dei cittadini. Negli anni ‘70 c'è stato un grande movimento di partecipazione verso i cittadini però è stato un movimento che è stato poi gradualmente ridotto ad un aspetto assolutamente marginale. Di chi è la città è una domanda che si son fatti alcuni architetti e intellettuali finlandesi poche settimane fa rendendosi conto che la loro città, la loro capitale, anziché una città all'avanguardia, un modello per noi molto importante, è stata gradualmente espropriata di qualsiasi collegamento con i cittadini. La città è stata data in mano ai costruttori, agli investitori e i cittadini sono stati costretti a subire una serie di scelte che non possono essere più da loro condivise, una serie di scelte che li allontanano dalla capacità di comprendere le trasformazioni della propria città. E così le piazze diventano luoghi completamente anonimi, luoghi privi di qualità e spesso i giovani, lo sappiamo molto bene, scelgono magari piazze molto particolari, come sono i centri commerciali, o luoghi dell'anonimato. Ebbene questo è un trend assolutamente suicida. Dobbiamo cambiare radicalmente questo, ripartire dall’apertura ai cittadini, riconsegnare le città ai cittadini. Giorgio Fede: Questo è un tema è fantastico, perché quello del dibattito pubblico, ossia come i progetti devono essere pensati e condivisi con i residenti, con chi fruisce di queste scelte, e non devono essere chiaramente i palazzinari, con il rispetto per chi svolge l’attività edilizia, a disegnare le città su un disegno di profitto, ma sulla scelta di avere una città a modalità e a misura d'uomo. Lei ha parlato dei giovani e degli spazi di aggregazione che in questo periodo sono più che mai attuali, perché è un'aggregazione compressa, sofferta. Chiaramente dobbiamo pensare a disegnare delle città efficienti e di qualità per una buona qualità della vita. Parlando fra noi in altre circostanze, lei mi diceva che ci sono dei modelli nazionali, tipicamente italiani, che sono visti come degli stereotipi di eccellenza per la dimensione, per la misura e questa è un'altra domanda appunto. Che difficoltà ci sono nel realizzare questi cambiamenti? E soprattutto che influenza ha la misura del progetto della città? Perché siamo andati in modelli che portavano a megalopoli, a grosse periferie, a zone senza servizi, invece la misura è una questione che conta, perché è appunto la misura del quarto d'ora, la misura della città che si percorre, che si vive con poco inquinamento, con una riduzione dei mezzi di trasporto. Queste sono cose importanti. Quindi quale importanza ha la misura della dimensione della città? Antonello Alici: Se noi che siamo nelle Marche o vicini alle Marche o frequentiamo le Marche abbiamo in mente la Piazza del Popolo di Ascoli Piceno o la piazza centrale di Fermo, noi possiamo vedere molto bene che queste piazze erano misurate, commisurate al movimento dell'uomo, alla distanza, diciamo alla misura dello sguardo, alla capacità di essere dei luoghi di piena accoglienza in cui l'uomo era in piena diciamo sintonia con il luogo. La misura ce l'hanno insegnata le città romane o le città greche e le città medievali: avevano un limite che non si poteva superare, un limite di abitanti e un limite di spazio e di luogo. Poi l'uomo ha avuto la presunzione di cancellare questi limiti e c'è stata, diciamo, la volontà di occupare sempre più spazio. Ebbene queste città di nuova occupazione sono state dei completi fallimenti: sono città artificiali che non hanno imparato nulla dalla città storica, dalla città antica. Sono città in cui sono stati relegati i cittadini di serie B o di serie C, perché i luoghi di aggregazione di questi spazi, al di fuori di quelli che noi chiamiamo centri storici, sono luoghi disumani, sono luoghi dove non c'è benessere, piacevolezza. Non soltanto in Italia, in tutto il mondo. Questi sono i luoghi che sono diventati luoghi dell'emarginazione. Bene, dobbiamo riparare questi luoghi. Dobbiamo tornare a trasformare questi luoghi in luoghi vivibili per riportare anche la cittadinanza di questi luoghi ad una qualità e dobbiamo ripristinare questa idea della misura, del controllo, dell'equilibrio che abbiamo completamente perso. Un punto molto importante: la città va restituita cittadini, ma i cittadini vanno educati nel senso letterale della parola, i cittadini devono essere in grado di comprendere quali sono le scelte da fare insieme agli amministratori insieme agli operatori, diciamo ai tecnici che si occuperanno di questo. Quindi la partecipazione non vuol dire lasciare i cittadini completamente liberi, vuol dire dialogare con i cittadini e portarli a comprendere una materia che non può essere lontana da loro, non può essere una materia aliena e soltanto preda di addetti ai lavori. Giorgio Fede: Lei ha detto delle parole che non possono che farci piacere, che condividiamo, perché questa qui diventa veramente un'idea ribelle che passa per tanti concetti cari a molte persone che hanno a cura l'ambiente, quindi lo stop al consumo del suolo, il recupero, il ruiuso, il ridisegnare gli spazi per avere città migliori, più sicure, più sane dal punto vista ambientale, per una vita di qualità e di ambiente. A questo ci porterebbe questa idea ribelle, per cui sarebbe un’idea che potrebbe rendere veramente straordinario il nostro Paese. Per cui, per chiudere con una battuta, quale dovrebbe essere il nostro agire per concretizzare questa idea ribelle? In parte lo abbiamo già detto, magari una sintesi. Antonello Alici: Una sintesi è quella di riprenderci i nostri spazi. Diciamo che una sintesi è difficile, ma la sintesi è qualità al posto di quantità, dialogo, capacità di avere rapporti e di creare e di ricreare le relazioni tra il luogo e i cittadini. E la pandemia deve darci un insegnamento: questa condizione di chiusura e di malessere che stiamo vivendo è proprio la conseguenza del malessere che ci danno queste città. Quindi potrei dire qualità anziché quantità, benessere dopo questo grande malessere. Giorgio Fede: Perfetto, e io professore la ringrazio perché è stato uno scambio interessantissimo, ricco di spunti che possiamo sintetizzare appunto su qualità e su benessere sul consumo di uso zero del suolo, su un ambiente migliore e su una socialità migliore. Grazie
Giorgio Fede: Oggi vi presentiamo la nostra idea ribelle e parliamo di rigenerazione urbana. La rigenerazione urbana è un termine molto utilizzato è molto attuale, però parliamo di qualità della vita, parliamo di qualità dell'abitare. Le nostre vite sono sempre influenzate da tante cose, una delle più importanti è la forma della città in cui viviamo, i centri storici e i tanti borghi meravigliosi del nostro Paese. Questi sono appunto l’elemento che costituisce la caratteristica dell'ideale urbanistico che è tipico anche di una storia millenaria dell'Italia presa spesso a riferimento da una cultura internazionale dell'architettura, che vede nel modello italiano un modello di qualità. Un esempio che è preso spesso anche dalle città del nord Europa, dalle culture, anche dalle tradizioni più evolute che fanno riferimento alla storia italiana. Per parlare di questo oggi abbiamo un gradito ospite: il professore Antonello Alici, che è un architetto, uno storico e un critico dell'architettura, professore di storia dell'architettura all’Università Politecnica delle Marche di Ancona, nonché esperto di cultura urbana e di architettura dei paesi nordici. È una persona che ha studiato a lungo il viaggio come strumento di trasmissione della cultura tra mediterraneo e nord. Grazie professor Alici. Cosa è accaduto alle nostre città? Come sono cambiate nei secoli e come stanno cambiando le scelte urbanistiche? Soprattutto quelle degli anni settanta e ottanta sono state spesso discutibili per le città. Ma soprattutto di chi è la città? Antonello Alici: Questa domanda è una domanda centrale. La città è dei cittadini, la città è disegnata per i cittadini, è disegnata per una socialità e nella storia la città italiana soprattutto è stata maestra, ha insegnato il modello della città e la vivibilità della città a tutto il mondo. L’Italia era un luogo dove si veniva a completare la cultura artistica architettonica, la cultura urbanistica, e nel tempo il nostro modello è stato trasferito in altri Paesi. Ma nel frattempo tutto è cambiato, lei ha citato gli anni settanta, gli anni ottanta, sono stati anni piuttosto disastrosi in cui il cittadino è stato allontanato sempre di più dalla propria città, dal proprio luogo, almeno è stato allontanato dalle scelte, e queste nostre città hanno perso la loro dimensione urbana, hanno perso la dimensione dello spostamento pedonale, hanno perso la dimensione della qualità dei luoghi. Un luogo molto importante è la piazza, è un'invenzione italiana la piazza medievale che aveva un valore, un significato. Le città avevano molte piazze, ogni piazza era caratterizzata da un proprio uso specifico: la piazza del mercato, la piazza della chiesa, eccetera. Bene, tutto questo si è perso nel tempo. Si è perso nella foga di rendere le città sempre più affollate, di moltiplicare case, di moltiplicare costruzioni passando dalla qualità alla quantità. Giorgio Fede: Quindi a questo punto professore la domanda sorge spontanea: cosa dovremmo fare per invertire questo percorso e soprattutto quali sono le azioni principali che servono per migliorare le nostre città e quindi le nostre vite? E prendendo spunto da quello che lei ha detto, che valore hanno la piazza e gli spazi per i cittadini? Come possiamo interagire per una città migliore? Antonello Alici: Intanto l'architettura e l'urbanistica dovrebbero diventare materie più comprensibili a tutti i cittadini, non dovrebbero restare chiuse nei luoghi della disciplina scientifica o dentro l'ambito soltanto degli architetti o degli addetti ai lavori. L'architettura dovrebbe essere comprensibile a tutti e le scelte per le città andrebbero fatte con la partecipazione piena dei cittadini. Negli anni ‘70 c'è stato un grande movimento di partecipazione verso i cittadini però è stato un movimento che è stato poi gradualmente ridotto ad un aspetto assolutamente marginale. Di chi è la città è una domanda che si son fatti alcuni architetti e intellettuali finlandesi poche settimane fa rendendosi conto che la loro città, la loro capitale, anziché una città all'avanguardia, un modello per noi molto importante, è stata gradualmente espropriata di qualsiasi collegamento con i cittadini. La città è stata data in mano ai costruttori, agli investitori e i cittadini sono stati costretti a subire una serie di scelte che non possono essere più da loro condivise, una serie di scelte che li allontanano dalla capacità di comprendere le trasformazioni della propria città. E così le piazze diventano luoghi completamente anonimi, luoghi privi di qualità e spesso i giovani, lo sappiamo molto bene, scelgono magari piazze molto particolari, come sono i centri commerciali, o luoghi dell'anonimato. Ebbene questo è un trend assolutamente suicida. Dobbiamo cambiare radicalmente questo, ripartire dall’apertura ai cittadini, riconsegnare le città ai cittadini. Giorgio Fede: Questo è un tema è fantastico, perché quello del dibattito pubblico, ossia come i progetti devono essere pensati e condivisi con i residenti, con chi fruisce di queste scelte, e non devono essere chiaramente i palazzinari, con il rispetto per chi svolge l’attività edilizia, a disegnare le città su un disegno di profitto, ma sulla scelta di avere una città a modalità e a misura d'uomo. Lei ha parlato dei giovani e degli spazi di aggregazione che in questo periodo sono più che mai attuali, perché è un'aggregazione compressa, sofferta. Chiaramente dobbiamo pensare a disegnare delle città efficienti e di qualità per una buona qualità della vita. Parlando fra noi in altre circostanze, lei mi diceva che ci sono dei modelli nazionali, tipicamente italiani, che sono visti come degli stereotipi di eccellenza per la dimensione, per la misura e questa è un'altra domanda appunto. Che difficoltà ci sono nel realizzare questi cambiamenti? E soprattutto che influenza ha la misura del progetto della città? Perché siamo andati in modelli che portavano a megalopoli, a grosse periferie, a zone senza servizi, invece la misura è una questione che conta, perché è appunto la misura del quarto d'ora, la misura della città che si percorre, che si vive con poco inquinamento, con una riduzione dei mezzi di trasporto. Queste sono cose importanti. Quindi quale importanza ha la misura della dimensione della città? Antonello Alici: Se noi che siamo nelle Marche o vicini alle Marche o frequentiamo le Marche abbiamo in mente la Piazza del Popolo di Ascoli Piceno o la piazza centrale di Fermo, noi possiamo vedere molto bene che queste piazze erano misurate, commisurate al movimento dell'uomo, alla distanza, diciamo alla misura dello sguardo, alla capacità di essere dei luoghi di piena accoglienza in cui l'uomo era in piena diciamo sintonia con il luogo. La misura ce l'hanno insegnata le città romane o le città greche e le città medievali: avevano un limite che non si poteva superare, un limite di abitanti e un limite di spazio e di luogo. Poi l'uomo ha avuto la presunzione di cancellare questi limiti e c'è stata, diciamo, la volontà di occupare sempre più spazio. Ebbene queste città di nuova occupazione sono state dei completi fallimenti: sono città artificiali che non hanno imparato nulla dalla città storica, dalla città antica. Sono città in cui sono stati relegati i cittadini di serie B o di serie C, perché i luoghi di aggregazione di questi spazi, al di fuori di quelli che noi chiamiamo centri storici, sono luoghi disumani, sono luoghi dove non c'è benessere, piacevolezza. Non soltanto in Italia, in tutto il mondo. Questi sono i luoghi che sono diventati luoghi dell'emarginazione. Bene, dobbiamo riparare questi luoghi. Dobbiamo tornare a trasformare questi luoghi in luoghi vivibili per riportare anche la cittadinanza di questi luoghi ad una qualità e dobbiamo ripristinare questa idea della misura, del controllo, dell'equilibrio che abbiamo completamente perso. Un punto molto importante: la città va restituita cittadini, ma i cittadini vanno educati nel senso letterale della parola, i cittadini devono essere in grado di comprendere quali sono le scelte da fare insieme agli amministratori insieme agli operatori, diciamo ai tecnici che si occuperanno di questo. Quindi la partecipazione non vuol dire lasciare i cittadini completamente liberi, vuol dire dialogare con i cittadini e portarli a comprendere una materia che non può essere lontana da loro, non può essere una materia aliena e soltanto preda di addetti ai lavori. Giorgio Fede: Lei ha detto delle parole che non possono che farci piacere, che condividiamo, perché questa qui diventa veramente un'idea ribelle che passa per tanti concetti cari a molte persone che hanno a cura l'ambiente, quindi lo stop al consumo del suolo, il recupero, il ruiuso, il ridisegnare gli spazi per avere città migliori, più sicure, più sane dal punto vista ambientale, per una vita di qualità e di ambiente. A questo ci porterebbe questa idea ribelle, per cui sarebbe un’idea che potrebbe rendere veramente straordinario il nostro Paese. Per cui, per chiudere con una battuta, quale dovrebbe essere il nostro agire per concretizzare questa idea ribelle? In parte lo abbiamo già detto, magari una sintesi. 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Commenti (4)
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