Un ponte verde tra Italia e USA

Possiamo guardare indietro e rammaricarci quanto vogliamo per il “colpevole ritardo” accumulato dal nostro Paese (e dal mondo intero) sull’avvio di una vera e propria Transizione Ecologica e Solidale che copra tutti gli aspetti del vivere e del produrre, ma la verità è soltanto una: i più grandi mutamenti della storia avvengono quando si sviluppa una sufficiente massa critica per sostenerli. Oggi è arrivato quel tempo, per una serie di fattori nazionali e internazionali.

Ma che cosa significa “Transizione ecologica”? E perché non è più rimandabile? Transizione significa che è giunto il tempo di migliorare e rendere perfettamente sostenibile il modo in cui produciamo, ci spostiamo, coltiviamo il nostro cibo e lo consumiamo. Tutte queste attività finora sono avvenute illudendoci di poter ignorare i danni ambientali – enormi – che abbiamo causato e tuttora causiamo. Per decenni abbiamo pensato di poter continuare a creare tonnellate di rifiuti che impiegano centinaia di anni per essere smaltiti, di poter continuare a inquinare l’aria che respiriamo con emissioni nocive di industrie, trasporti o allevamenti, di poter continuare a inquinare il suolo in cui crescono i prodotti che mangiamo, il mare da cui traiamo i prodotti ittici e le falde acquifere. Non è così naturalmente, e questo lo dicono da anni scienziati, economisti e anche visionari come Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. In tanti ci hanno indicato il punto di arrivo, cioè una società che produce e cresce nel rispetto del Pianeta che ci ospita. Oggi, però, la vera domanda non è più “dove vogliamo arrivare?” ma “perché finora non ci siamo arrivati?”.

In Italia la divulgazione di un visionario come Beppe Grillo, con la sua fitta rete di luminari del settore, ha piantato semi di “ecologismo moderno” negli ultimi 30 anni. Semi che hanno portato dapprima alla nascita del MoVimento 5 Stelle, l’unico movimento politico con numeri da governo centrato sulla sostenibilità ambientale, e poi alla possibilità, colta in pieno dallo stesso Movimento nel 2019, di favorire in Unione Europea un radicale cambio di visione, inducendola a varare misure epocali come il Green New Deal (Nuovo Patto Verde) e il Recovery Plan (Piano di Ripresa) dell’Unione Europea, totalmente incentrati sull’ambiente.

Questa nuova visione introdotta dal MoVimento 5 Stelle ha guidato gran parte delle scelte dei Governi Conte I e II, inducendo passi fondamentali come: lo stop alla trivellazione per le fonti fossili; le norme sulla riduzione dell’utilizzo di plastiche nel ciclo industriale; l’eliminazione delle plastiche monouso dalle istituzioni; l’introduzione di soluzioni di finanza climatica all’interno degli strumenti pubblici; il rafforzamento della partecipazione italiana all’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili; la partecipazione italiana agli “Importanti Progetti di Comune Interesse Europeo” in materia di batterie e idrogeno; il potenziamento e il successivo accorpamento delle Cabine di Regia su Ambiente ed Energia presso il Ministero degli Affari Esteri; l’impostazione della presidenza italiana del G20, fondata sulle parole “Persone, Pianeta e Prosperità” ed in linea con la pianificazione della Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, che prevede per la prima volta una riunione Ministeriale congiunta Energia-Clima; in prospettiva poi, la battaglia per una Carbon Tax europea e per il vincolo di ottemperanza a impegni e linee guida sulla lotta al cambiamento climatico da imporre a qualsiasi nuovo accordo commerciale della UE.

Ora che siamo giunti a formare il terzo governo, il Governo Draghi, ne abbiamo vincolato la nascita ad una condizione minima, che come Cinquestelle abbiamo considerato imprescindibile e non procrastinabile: la creazione del nuovo Ministero per la Transizione Ecologica, cui è seguita la costituzione del Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica. Una rivoluzione copernicana nell’assetto dell’amministrazione pubblica che indirizza tutte le politiche nazionali sotto una visione, appunto, di transizione ecologica.

Una visione innovativa e complessiva che rompe lo schema tradizionale d’antagonismo tra industria, sviluppo e tutela dell’ambiente e pone le basi affinché l’energia e lo sviluppo stessi siano messi in funzione dell’ambiente. Un’inversione totale di prospettiva: le politiche di transizione ecologica creano nuove opportunità economiche. Non una “decrescita felice”, ma una crescita virtuosa e sostenibile.
Tutto questo solo parlando di Italia ed Unione Europea ma, come vi dicevo, non esiste cambiamento radicale senza la giusta massa critica a sostenerlo. I tempi per questo sono maturi.

Voglio condividere con voi quanto osservo al di là dell’Atlantico, al termine della transizione elettorale più sofferta della storia della democrazia americana si è avviato un cambiamento politico radicale.
Esiste un ponte, non di cemento e acciaio, ma di politiche e di visione comune, un ponte tinto di verde che inizia a delinearsi davanti ai nostri occhi tra Italia e Stati Uniti d’America. Sì, perché dopo anni oggettivamente sotto le aspettative in quanto a politiche verdi da parte statunitense, la nuova amministrazione Biden sembra concretamente intenzionata a ribaltare il paradigma come in Italia e in Europa.

Già durante la campagna elettorale, l’allora candidato Presidente Joe Biden aveva annunciato una nuova “rivoluzione dell’energia pulita che crea nuove professioni in America”. Un annuncio che ha trovato, una volta vinte le elezioni, immediato riscontro dapprima con il rientro degli USA negli Accordi di Parigi e la convocazione di un “Leaders Climate Summit” per il 22 aprile, Giornata della Terra, poi con la nomina di John Kerry e di Gina McCarthy rispettivamente a “Inviato Speciale del Presidente per il Clima” e “Consigliere Nazionale per il Clima”. Il ruolo di Kerry, in particolare, non ha precedenti e merita un’attenzione particolare anche per noi. Ha ufficio e staff al Dipartimento di Stato ma siede nel Consiglio per la Sicurezza Nazionale, è in grado quindi di intervenire a tutti i livelli e, come ha annunciato lo stesso Biden, “Kerry avrà un posto a ogni tavolo in tutto il mondo mentre combatte la crisi climatica per affrontare la minaccia esistenziale che dobbiamo affrontare”.

Esattamente come in Italia, la scommessa è coinvolgere il mondo del business e la componente finanziaria, un processo che si è già parzialmente avviato spontaneamente sia per opportunità economica (la sostenibilità è sempre più un fattore di mercato), sia nella consapevolezza dell’irreversibilità del processo e della necessità di restare al passo nella competizione tecnologica.
Come conseguenza, per fare solo un esempio, General Motors, primo produttore di auto negli USA, ha annunciato l’impegno a diventare “Carbon Neutral”, cioè ad azzerare le emissioni nocive, per tutti i suoi prodotti e operazioni entro il 2040. In ogni caso, l’enfasi che il 46° Presidente degli USA ha messo sulla questione climatica dimostra come non si tratti di una politica settoriale ma piuttosto della stella polare che influenzerà tutte le politiche, indirizzandole verso l’obiettivo annunciato di “guidare attraverso l’esempio” la società del futuro.

L’esempio, appunto. Quello che rende fondamentale guardare a questo “ponte verde”, in chiave prospettica, al 2050. Perché se l’Europa è soltanto terza in termini di emissioni globali (l’Italia è tra i Paesi più virtuosi), gli Stati Uniti d’America si giocano questo triste primato con la Cina e sotto di loro corrono a dismisura India e paesi emergenti. È evidente quindi che un concreto, tangibile e misurabile sforzo statunitense per colmare questo ritardo nella tutela dell’ambiente possa attivare, su scala globale, un percorso di emulazione molto positivo per tutti noi.

Un percorso di benessere non solo ambientale ma sociale, sorretto da soluzioni tecnologiche all’avanguardia, che creano nuove professioni e opportunità, un percorso ideale per due Paesi, Italia e USA, che hanno sempre fatto di tecnologia e progresso la loro bandiera.

È tempo che la Politica, a livello globale, alzi lo sguardo dai bassifondi del consenso a breve termine e lo punti verso il nobile obiettivo di un futuro all’altezza del meraviglioso pianeta in cui viviamo.

Noi stiamo provando a farlo. E sfido chiunque di buon senso (non i negazionisti climatici, con loro non servono gli argomenti scientifici) a dire che questa direzione, che questa battaglia, sia sbagliata.

Avanti così.


Se vuoi sapere di più su Manlio Di Stefano guarda il suo profilo su Rousseau

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