Gianroberto Casaleggio: I ragazzi venuti dal Brasile

Internet è una rivoluzione. Non un semplice prodotto che può aiutarci a vivere meglio la vita di sempre o a lavorare meglio nello stile di sempre. No. Internet deve, necessariamente, portare ad una vera e propria trasformazione radicale delle aziende, dei prodotti, delle relazioni umane e aziendali… Altrimenti il suo senso ne risulterà travisato e inespresso.

È questa, come scrive Renato Mannheimer nella prefazione di “Il web è morto, viva il web” (Pro Sources, 2001), l’idea forte che ispirava Gianroberto Casaleggio, che nel libro propone spunti di riflessione, lancia provocazioni forti, a volte moniti. Come a dire: attenti! Perché nella rivoluzione bisogna inserirsi con anticipo e con una presa di coscienza forte. Il cambiamento deve essere affrontato per tempo e nella convinzione che a cambiare non sarà solo la superficie, ma la sostanza delle cose.

Proprio per questo vogliamo regalarvi alcuni stralci di “Il web è morto, viva il web”. E per ricordare parte di quel pensiero, di quelle idee che lo hanno portato a fondare il MoVimento 5 Stelle e il suo cuore pulsante: il Progetto Rousseau.


Un vecchio signore entra in un’aula universitaria affollata di ragazzi e ragazze. Pone delle domande per risolvere un suo problema ed ottenere da loro una spiegazione a una serie di fatti inspiegabili senza un nesso apparente. Gli studenti analizzano insieme gli eventi spiegati dal vecchio e trovano associazioni e indizi che lo guidano verso la soluzione. L’idea di rivolgersi ad un gruppo esteso di menti brillanti si dimostra vincente.

La scena è tratta dal libro: “I ragazzi venuti dal Brasile” di Ira Levin e la figura del vecchio signore è ispirata a Ezra Lieberman, un famoso cacciatore di nazisti alle prese con la clonazione di Adolf Hitler.

Ho letto questo romanzo più di venti anni fa. Della storia mi è rimasto impresso l’episodio riportato che descrive una situazione in apparenza usuale: persone che si relazionano insieme per trovare una soluzione.

Sembra semplice, ovvio, banale: più sono le persone che partecipano più il successo è possibile. Lapalissiano ma utopico, in particolare nelle aziende.

Ragioniamo: persone, libere di esprimersi, che si relazionano, si riconoscono e stabiliscono un reale contatto tra loro per raggiungere un obiettivo comune, da cui tutti traggono un vantaggio. È una cosa normale? Vi capita spesso? Vi sembra possibile? Le ragioni per cui la situazione descritta non avviene sono molte. Ne introdurrò alcune che a mio avviso sono determinanti, in particolare con la trasformazione delle aziende in organizzazioni di rete.

La relazione tra le persone non è automatica. Non deriva dalla sola intelligenza razionale, quella misurata con il QI. La relazione è governata dall’intelligenza emotiva, una facoltà, di cui tutti disponiamo, che influenza le nostre emozioni e il nostro comportamento. L’intelligenza emotiva può essere insegnata e sviluppata. Daniel Goleman, autore del best seller “Intelligenza emotiva”, sostiene che la Rete amplifica le relazioni, ma proprio per questo richiede maggiore intelligenza emotiva.

Per relazionarsi occorrono anche fiducia e trasparenza. Quante volte vi è capitato di sentire e forse anche di dire: “Di quella persona mi fido abbastanza…”? Il significato della frase è in realtà: “Non mi fido affatto”. La fiducia è piena o non esiste. Deriva dalla coerenza tra quello che viene detto e quello che viene poi effettivamente fatto. La fiducia è molto difficile da ottenere e per essere trasparenti verso gli altri è necessario fidarsi di loro.

La condivisione della conoscenza richiede che questa sia disponibile a tutti, in tempo reale. Questo in Rete è possibile, ma è attuato solo a compartimenti stagni, impedendo così la possibilità di correlare informazioni apparentemente disomogenee, quindi il formarsi di libere associazioni e dello sviluppo del pensiero laterale.

La censura va eliminata. La sua presenza blocca lo sviluppo delle organizzazioni e impedisce il nascere di veri dibattiti e discussioni. In molte aziende le persone si autocensurano, praticano  una censura preventiva per non andare contro il contesto lavorativo, soprattutto se devono esprimere concetti e idee innovativi, ma non graditi.

L’accesso alla conoscenza deve essere reso possibile dando a tutti la stessa possibilità di entrare in Rete. Non permetterlo limita la crescita dell’azienda. È come praticare una lobotomia al suo cervello. L’obiettivo deve essere comune. La competizione interna in conflitto con il raggiungimento dello scopo aziendale va ridotta ed eliminata.

Intelligenza emotiva, fiducia, trasparenza, condivisione della conoscenza, abolizione della censura, accessibilità alla Rete, obiettivi comuni. Caratteristiche rare, ma indispensabili per l’evoluzione delle organizzazioni, che dovranno sia adattarsi al contesto, come hanno sempre fatto, sia, con il diffondersi della Rete, aumentare la loro velocità di cambiamento. L’accelerazione diventerà un fattore costante di eccellenza e di sopravvivenza, e sarà il risultato della somma di tutte le persone appartenenti alle organizzazioni.

 

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