Referendum, ecco perché il “taglio della rappresentanza” è una favoletta

La riduzione del numero di parlamentari è una riforma della costituzione chirurgica e di buon senso. Chi ha vissuto di politica e non vuole perdere l’opportunità di continuare a farlo la vede con il fumo negli occhi, quindi si inventano ragioni per giustificare quello che conviene a qualcuno e non quello che è giusto per tutti. 

Una di queste argomentazioni è che “ci sarà una riduzione della rappresentanza a livello regionale”. Innanzitutto, il concetto di “rappresentanza regionale” o comunque locale non è contemplato dalla Costituzione in relazione agli eletti alle Camere. L’articolo 67 recita: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. È evidente che s’intenda l’intera Nazione, non certo una parte di essa. 

Il numero di 945 parlamentari è stato fissato nel 1963, quando per entrare in contatto con un deputato o un senatore c’era solo la posta ordinaria, la possibilità di recarsi a Roma o di incontrarlo di persona, magari a un comizio. Oggi le possibilità di entrare in relazione con un eletto al Parlamento sono tante e diverse, dalla posta elettronica ai social passando per i canali più tradizionali.

Dal 1963 ad oggi sono cambiate tante altre cose: nel 1970 sono nati i consigli regionali delle Regioni a statuto ordinario e per rappresentare cittadine e cittadini di ciascuna regione sono stati eletti ben 884 consiglieri regionali (considerando anche i presidenti arriviamo alla cifra di 897 politici). È bene ricordare che lo stipendio del consigliere regionale non è tanto diverso da quello del parlamentare (il lordo arriva a circa 85.000 euro annui contro i 98.000 dei parlamentari) e che i consiglieri hanno a volte prerogative e privilegi addirittura superiori. Basti pensare alla Calabria, regione nella quale il presidente del consiglio regionale, i capigruppo, i membri dell’ufficio di presidenza e i presidenti delle commissioni (praticamente quasi tutti i consiglieri) hanno a disposizione un autista personale, ruolo ricoperto spesso da un politico locale. 

Ora, non sfuggirà che guarda caso, proprio i politici che lamentano di più presunti “tagli” alla rappresentanza, provengano in realtà da regioni che hanno un numero di rappresentanti ben oltre la media. Un esempio è la Basilicata, il cui consiglio regionale ha tentato (invano) di bloccare il referendum perché dopo il voto del 20 e 21 settembre perderebbero “troppi” senatori. La risposta è nei numeri: la Regione Basilicata ha un consigliere regionale ogni 27.500 abitanti, così come la Sardegna ne ha uno ogni 27.700 e l’Abruzzo uno ogni 42.800. Tutto questo di fronte a una media nazionale di un consigliere regionale ogni 66.600 abitanti. 

Questo conferma che l’argomento della riduzione della rappresentanza è inconsistente ed egoistico, perché la vera rappresentanza dei territori è in capo agli enti locali e alla loro capacità di interlocuzione con le istituzioni “centrali”, che invece devono essere efficienti e in grado di farsi carico delle istanze territoriali e contemperarle tra loro, rappresentando così effettivamente l’interesse generale. Per governare la cosa pubblica serve l’altruismo, non l’egoismo. 

Una ragione in più per andare tutti a votare domenica 20 e lunedì 21 settembre e per votare Sì, no solo alla ridurre poltrone e privilegi, ma alla possibilità di tutelare e promuovere efficacemente i diritti.

Il rapporto tra consiglieri regionali e abitanti Regione per Regione

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