Ponte San Giorgio sana la ferita, ma a Genova la cicatrice è indelebile

Settecentoventi giorni lunghi come un dolore, come un’assenza. Quella del Ponte Morandi dallo skyline assolato di Genova, quella delle quarantatre persone a cui il crollo ha tolto la vita. Ad altre invece la sciagura del 14 agosto 2018 ha tolto una casa. Per questo, oggi che le linee disegnate da Renzo Piano non vivono più soltanto in un rendering ma sono finalmente un nuovo viadotto che scavalca il Polcevera, non può esserci festa o celebrazione. Oggi, con l’inaugurazione del nuovo Ponte San Giorgio, lo Stato italiano sana almeno in parte una ferita che sanguinava da due anni.

Ripresa la circolazione, però, a Genova rimarrà indelebile la cicatrice che segna i familiari delle vittime, le stesse a cui due anni fa abbiamo promesso giustizia e attendono di vederla riconosciuta in un’aula di tribunale. All’indomani di quella tragedia il Movimento 5 Stelle aveva assicurato loro che chi aveva sbagliato avrebbe pagato, che chi era responsabile di quelle omissioni criminali che avevano portato al crollo del Morandi sarebbe stato chiamato a risponderne. Oggi, dopo due anni, possiamo dire di aver mantenuto la promessa avendo avviato quel percorso che toglierà dalle mani di Atlantia e del gruppo Benetton il controllo di Autostrade per l’Italia. Una vittoria del Movimento 5 Stelle, che si è battuto dal primo momento, una vittoria del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che ha condotto in porto una trattativa tutt’altro che facile con Aspi.

Dopo anni di guadagni miliardari e investimenti inesistenti sul fronte della manutenzione, al riparo di concessioni che la politica per troppo tempo ha tenuto segrete, adesso per la storia di Autostrade per l’Italia si apre un nuovo capitolo che rimetterà la rete autostradale sotto il controllo pubblico attraverso Cassa Depositi e Prestiti. Significa che d’ora in poi si volta pagina, significa che in nessun modo sarà possibile che Aspi imponga ogni anno rincari dei pedaggi senza rispettare gli impegni in termini di manutenzione e investimenti. Significa che la sicurezza non sarà più una parola vuota e viaggiare sulle autostrade non significherà più sfidare la sorte a causa di controlli non eseguiti e programmi di manutenzione non rispettati.

Lo abbiamo visto in questi mesi, purtroppo, sempre in Liguria. Il 30 dicembre scorso parte della volta di una galleria è crollata senza per fortuna provocare vittime. Quel crollo ci ha fatto scoprire come i piani di manutenzione per le gallerie, nonostante persino l’Europa imponesse controlli adeguati, non fossero in alcun modo rispettati da Aspi. È servito l’intervento del Ministero delle infrastrutture e dei Trasporti perché si mettesse in atto un massiccio programma di ispezioni e interventi manutentivi adeguati. Stavolta siamo arrivati in tempo, ma a pagare per le inefficienze di Aspi sono stati i cittadini liguri, costretti per due mesi a convivere con code interminabili.

Una situazione che ha avuto gravi ripercussioni sulla vita quotidiana di migliaia di persone, sull’economia ligure in un momento delicato come la crisi da Covid e sul turismo già duramente colpito dalla pandemia. Inaccettabile, come inaccettabile è che a meno di due anni dal crollo del Ponte Morandi in Autostrade per l’Italia siano continuate le omissioni sulla sicurezza e le lacune in termini di manutenzione. Eppure anche in questa battaglia siamo stati soli, con buona parte della politica ligure che ha preferito cavalcare le (giuste) proteste attaccando noi che al ministero, per la prima volta, stavamo lavorando davvero perché la sicurezza fosse la priorità assoluta.

Così facendo, almeno, stavolta siamo riusciti a intervenire prima. Prima della tragedia e delle lacrime, prima della magistratura. Una novità in un Paese in cui, di norma, la politica arriva sempre dopo. Dopo gli incidenti “che si potevano evitare”, dopo i sequestri. Esattamente quello che non è stato possibile fare con il Ponte Morandi, visto che per anni nessuno ha voluto alzare il velo sui comportamenti di Autostrade per l’Italia ignorando le denunce e gli allarmi sollevati.

Per questo oggi, nonostante il taglio del nastro, le Frecce Tricolori e il cerimoniale delle grandi occasioni, l’inaugurazione del nuovo Ponte San Giorgio non può essere una festa. Facciamo almeno che sia l’occasione per ricordare le vittime e non dimenticare le storture colpevoli di un sistema che ha covato per anni le condizioni che hanno generato quella tragedia. Perché non accada più. E allora sì che potremo far festa.

 

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