Connettere l’Italia con una rete unica indipendente

Di seguito l’intervista rilasciata a La Repubblica dal Viceministro dello Sviluppo Economico Stefano Buffagni. A cura di Giovanni Pons.


Rendere finalmente l’Italia un Paese moderno. Connettere l’intero Paese con una rete unica indipendente. È questa una nostra Stella ed è su questo che stiamo lavorando. L’emergenza Covid ha dimostrato quanto ancora siamo indietro e quanto è importante lo sviluppo.

Questa la mia intervista di oggi a Repubblica.

Viceministro Buffagni, parliamo del progetto di rete unica che attanaglia il Paese da molto tempo. L’ad di Telecom Gubitosi in un’intervista a Repubblica dice che a fine mese il suo cda delibererà sulla creazione di FiberCop, la società della rete secondaria cui parteciperanno anche Fastweb e il fondo Usa Kkr. Come vedete questa operazione?

«L’azienda è quotata in Borsa, quindi qualsiasi decisione spetterà ai suoi organi di governo. Posso solo dire che il cda dovrà spiegare al mercato ma sopratutto in Assemblea se questo progetto crea valore per tutti gli stakeholders e anche per il paese. Perché scelte così rilevanti non si portano all’attenzione degli azionisti? Se investitori internazionali sono disposti ad investire in un ramo di azienda, risulta singolare non chiederlo agli attuali azionisti. Anche il collegio sindacale dovrà vigilare su un eventuale depauperamento del patrimonio aziendale. Mi limito a osservare che questo progetto è noto da tempo ma il valore del titolo Tim in Borsa finora non ne ha beneficiato, anzi».

Secondo voi il progetto di Tim non crea valore?

«È un progetto parziale, limitato sia in termini di perimetro della rete conferita e sia in termini di tecnologie utilizzate. E’ infatti limitato alla sola rete secondaria, mantiene verticalmente integrata l’azienda e dunque non risulta idonea a cogliere le sfide tecnologiche che come sistema Paese dovremo affrontare nei prossimi mesi ed anni a partire dalle risorse del recovery fund.

In tre mesi il mondo ha fatto un balzo di 10 anni, e ci sta regalando una opportunità unica di rimodellare il nostro Paese, per ritrasformarlo in un motore dello sviluppo industriale europeo e globale. L’Italia, paese del G7, è al 17 posto nella graduatoria relativo allo sviluppo delle infrastrutture UE. Il rischio è quello di perdere una grande occasione per il Paese: lo dobbiamo ai nostri figli. Serve una rete della connettività multi tecnologica, non limitata. Così invece si vuole partire con un progetto già vecchio».

Il nodo è sempre lo stesso, Tim vuole continuare a essere l’azionista di maggioranza della rete e a consolidarla nei suoi bilanci. D’altronde gli azionisti l’hanno comprata ai tempi della privatizzazione.

«Secondo noi, e non solo sotto un profilo regolatorio ed antitrust, una società della rete unica che fornisca servizi di accesso all’ingrosso a tutti gli operatori non può essere in mano a un azionista di maggioranza verticalmente integrato, con in più il beneficio del consolidamento. Su quella rete oggi passano i nostri dati più sensibili e la competitività delle nostre aziende».

Ma serve veramente creare una rete unica?

«Oggi non esistono solo due reti sul mercato, bensì una pluralità che implica vistose inefficienze. Ad esempio il Mise con Infratel controlla circa 15.000km di fibra. Riunendole tutte sotto un unico cappello si verrebbero a creare notevoli sinergie, nel momento in cui diventano fondamentali i temi del 5G, le smart cities, le tecnologie emergenti. Il Covid ha dimostrato che la connessione è fondamentale per lo sviluppo dell’istruzione da remoto, per la competitività delle imprese e per la ripopolazione di parti del Paese che si stanno svuotando. Tutto ciò non può essere fatto da un operatore verticalmente integrato che ha una capacità di investimento limitata».

E voi come governo cosa state facendo per rendere realizzabile una rete unica non verticalmente integrata?

«Il nostro compito è quello di creare le condizioni regolatorie per incentivare gli investimenti e renderli profittevoli. Al contempo c’è l’opportunità di dirottare verso la rete unica parte delle risorse del Recovery Plan, ma si può fare solo in un’ottica di sistema e non per agevolare un solo operatore».

Tim dice che sta investendo anche nelle aree bianche dove Open Fiber è in forte ritardo dopo aver vinto i bandi pubblici.

«Open Fiber ha accumulato dei ritardi significativi rispetto al cronoprogramma presentato e si sta lavorando per accelerare la realizzazione del Piano Banda Ultralarga. È però fuorviante equiparare il collegamento dei cabinet che sta realizzando Tim con i collegamenti FTTH oggetto dei tre bandi pubblici vinti da Open Fiber. Si tratta di progetti completamente diversi.
Tim non ha la capacità di investimento per sostenere la realizzazione dell’infrastruttura del futuro che è la fibra fino a casa, tanto è vero che sta imbarcando un fondo americano che apporterà risorse aggiuntive».

Tempo fa, dopo l’ingresso di Cdp nel capitale di Telecom, Tim aveva studiato con il governo un progetto di scissione, con la società della rete da una parte e quella dei servizi dall’altra. Ritiene ancora valida quell’idea?

«Sì, sarebbe un progetto in grado di creare valore per tutti, azionisti in primis, se ben implementato. Farebbe bene al Paese e anche all’azienda perché permetterebbe di valorizzare tutta la rete a prezzi di mercato, con una decisione che dovrebbe passare per l’assemblea e non solo per il cda. Gli azionisti di Tim di oggi manterrebbero le stesse quote sia nella NetCo sia nella ServiceCo, ma scomparirebbe l’integrazione verticale con un operatore telefonico».

Ma chi controllerebbe la NetCo, secondo il vostro piano?

«A guida pubblica sarebbe meglio ma l’azionariato sarebbe diffuso perché la società sarebbe automaticamente quotata in Borsa. Inoltre con l’eventuale fusione con Open Fiber, o con l’apporto di altre reti minori e anche di fondi (anche KKR) o di operatori terzi in posizioni di minoranza vi sarebbero diluizioni di quote.
L’importante è, in ogni caso, creare meccanismi di governance che consentano a tutti gli operatori di apportare le proprie porzioni di rete in fibra con la garanzia di una governance indipendente dall’ex monopolista».

Ma Tim rischierebbe di rimanere con una ServiceCo con troppi dipendenti e debito per essere appetibile per gli investitori.

«Tempo fa avevamo fatto una serie di ipotesi proprio per evitare fuoriuscite di personale. Se disegnata bene dal management la scissione potrebbe caricare la grossa fetta di dipendenti sulla NetCo visto che questa può allargarsi ad altre reti e anche godere di facilitazioni da parte del governo in termini di prepensionamenti. Così la rete unica diventerebbe un player efficiente potendo giocare un ruolo di aggregazione anche per le reti di altri paesi del Mediterraneo».

Secondo lei hanno sbagliato Prodi e Ciampi a privatizzare la Telecom alla fine degli anni ’90?

«Sì, Hanno sbagliato a privatizzarla in quel modo, non mantenendo un presidio dello Stato in infrastrutture critiche e fondamentali per lo sviluppo del Paese. Il tempo ha dato loro torto: oggi su Telecom, ma anche Autostrade paghiamo le conseguenze».

 

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