Idee ribelli che possono rendere straordinario il nostro Paese: Identità Digitale

Le idee ribelli sono le idee che possono rendere straordinario il nostro Paese e che si ribellano alla quieta disperazione del non cambiare nulla. Le idee ribelli si compongono di due parole dove ribelle è l’aggettivo come: Identità Digitale, Acqua Pubblica o Reddito Energetico.

Il 25 e 26 luglio nel corso del Villaggio Rousseau – Le Olimpiadi delle Idee racconteremo le prime idee ribelli e daremo spazio a chi avrà deciso di proporne di nuove. Compito di chi si proporrà come custode di un’idea ribelle sarà quello di promuoverla, ma anche e soprattutto di creare la consapevolezza che il tempo per quella idea è oggi. Proponi la tua idea ribelle e registrati per partecipare allo Spazio Idee Rousseau!


Oggi vi vogliamo parlare di un’idea ribelle: l’identità digitale. E lo faremo con Stefano Aterno, avvocato esperto di nuove tecnologie e docente universitario a contratto.

Un’identità che ha tanti aspetti positivi: un impatto potenziale sul PIL, secondo McKinsey, del 3% per l’Italia a fronte di un investimento abbastanza contenuto, un impatto sulla vita delle persone perché permette a chiunque di accedere in remoto ai servizi della Pubblica Amministrazione, e un impatto positivo sulle aziende private.

• Perché è così importante l’identità digitale, ma soprattutto, da che punto partiamo?

«C’è troppa frammentazione. Oggi molti servizi offrono identità diverse da creare di volta in volta, dalla tessera sanitaria al pin dell’Inps, dalla firma digitale allo Spid e alla carta d’identità elettronica, o tutti i vari user id e password che ci chiedono i vari servizi. Questa frammentazione crea una barriera alla diffusione dei servizi digitali e quando abbiamo bisogno di un servizio, o dobbiamo registrarci creando l’ennesima password oppure ne abbiamo tante da ricordare.

Più di 15 milioni di Italiani hanno una carta identità elettronica che è molto importante e che però deve rimanere una carta d’identità elettronica, tra l’altro fruibile soltanto in un centinaio di siti della Pubblica Amministrazione. Non è poco, ma bisognerebbe aumentare i numeri. Abbiamo 8 milioni di utenze Spid, il Sistema Pubblico di Identità Digitale, basato su uno standard europeo e non dobbiamo dimenticare che per noi è obbligatorio, ma dobbiamo farlo parlare con tutta un’altra serie di sistemi attraverso un’implementazione, uno stimolo continuo al suo utilizzo, proponendo vantaggi competitivi.

Dall’altro lato abbiamo 20 milioni di italiani con un’utenza Inps, che però possiamo utilizzare soltanto sul sito dell’Inps. Nel privato ogni singola società deve investire soldi per gestire e riconoscere i propri clienti e sarebbe più semplice che anche i privati utilizzassero un sistema comune al fine di deresponsabilizzarsi da un punto di vista della sicurezza dei suoi sistemi, che comporta comunque un costo. Deresponsabilizzarsi risparmiando. Spendendo meno anche sotto il profilo del modello di gestione privacy o del modello di gestione di tutti i database, affidando la sicurezza di questi dati ad un ente terzo, un identity provider».

• Quindi se i vantaggi sono chiari e il percorso pure, qual è il problema? Qual è il motivo per cui ancora oggi non abbiamo un’identità unica digitale, in Italia ma anche in Europa? O forse qualche paese europeo effettivamente si è portato avanti?

«A mio avviso manca il sedersi tutti intorno a un tavolo e cercare di trovare tutti un’intesa, rispettando uno standard comune. Farlo davvero e convincere tutti a farlo, proponendo dei grandi vantaggi. Ho l’impressione che ci sia una certa timidezza e ognuno voglia imporre il proprio sistema.

Noi, anche nel decreto semplificazioni, stiamo spingendo molto Spid e la carta d’identità elettronica. Ma anche lì funziona da supporto. La carta d’identità è altra cosa. Bisogna allargare. La soluzione potrebbe essere proprio utilizzare quei sistemi di strong authentication come RSA o comunque basati su OTP dematerializzati che sono quelli usati dalle banche, con generatore di token fisico, che oggi vengono utilizzati proprio perché le banche hanno una regolamentazione del sistema di pagamenti molto rigida, molto vincolante.

Basterebbe fare delle regole certe per rendere compatibile i dati con un servizio unico. Semplificherebbe la vita all’utente che visita spesso sia i servizi bancari che tutti gli altri servizi privati e della Pubblica Amministrazione».

In sostanza riuscire ad avere un’identità digitale unica o comunque standardizzata ci permetterebbe di accedere ai vari siti e servizi, un po’ come succede oggi con l’utenza di Google e Facebook, che usiamo anche per accedere ad altri servizi.

Utilizzare un’identità certificata dallo Stato come la carta d’identità elettronica o la carta d’identità fisica che oggi conosciamo, avere un’identità certificata che ci permette di essere riconosciuti da servizi della pubblica amministrazione ci permetterebbe di accedere a tutti questi servizi in remoto e con il nostro cellulare potremmo richiedere un certificato di residenza o accedere alla nostra banca. Tutto con un’unica identità che è compatibile con tutti questi servizi.

Questo tipo di identità, anche vedendo alcuni esempi come l’Estonia, che ormai è più di 15 anni che ha un’identità digitale che permette di accedere sia ai servizi della pubblica amministrazione sia ai servizi privati come le banche, le assicurazioni o perfino gli hotel, che sono obbligati a riconoscere il cliente e che quindi devono mettere in piedi un sistema di riconoscimento, avrebbe un impatto sui costi molto importante ma anche sulla potenzialità di nuovi servizi che potrebbero essere messi in piedi da privati o dalla Pubblica Amministrazione senza dover gestire necessariamente tutto il processo di identificazione.

A livello internazionale sarebbe interessante vedere il processo che è avvenuto negli anni ‘80 con i passaporti, quando l’Onu ha deciso di standardizzare tutti i passaporti, semplificando il trasporto e il movimento delle persone.

• Oggi una politica di questo genere, anche a livello internazionale, dovrebbe esserci probabilmente proposta dall’Onu per standardizzare quantomeno le identità. Una cosa che prima citavi, che sta già succedendo a livello europeo, e che dovremmo riuscire a portare adesso un passo in avanti.

«Tra l’altro non ci sarebbe un problema di “grande fratello” o di pericolo di gestione dell’identità perché l’identity provider sarebbe uno, o sarebbero pochissimi essendo soggetti a una vigilanza stretta e a un obbligo di protezione, di grande accountability e di affidabilità. Quindi un controllo maggiore e una vigilanza maggiore rispetto ai 100, 200 o 1000 che attualmente hanno i nostri dati».

Certo, questo sarebbe un ulteriore vantaggio anche in termini di sicurezza per la gestione della nostra identità digitale.

 


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