Due italiani tra i primi 10 supercomputer più potenti al mondo

L’Italia è tornata nella lista mondiale dei 10 supercalcolatori occupando ben due posizioni, la sesta e la nona.

Il 22 giugno è stato pubblicato l’ultimo aggiornamento di Top 500, il progetto avviato nel 1993 per rilevare le tendenze nel calcolo ad alte prestazioni, e ben due supercomputer di casa nostra entrano nella top ten, facendo dell’Italia il primo Paese europeo in classifica.

Questi elaboratori rientrano nell’ambito del cosiddetto “High Performance Computing”, quell’insieme di supercalcolatori utilizzati da matematici, fisici e ingegneri per calcoli che necessitano, di milioni di miliardi di operazioni al secondo per essere portati a termine in tempi ragionevoli. Si tratta di migliaia di processori collegati tra loro per realizzare calcoli associati a modelli fisici per la fluidodinamica (pensiamo ad esempio alla precisione della metereologia o al design di veicoli e aeromobili), alla ricerca farmaceutica, la biologia e la biomedicina o l’analisi genomica.

Il livello di ricerca e di sviluppo delle tecnologie per supercalcolatori è altissimo, tanto che il più potente supercalcolatore di oggi è giapponese, il Fugaku, che si trova presso il Riken Center for Computational Science di Kobe ed è utilizzato anche per la ricerca sul Covid-19. Il cervellone giapponese ha avuto la meglio sui computer statunitensi e cinesi che solitamente si alternano in cima a questa speciale classifica dal 2011.

Il supercomputer nipponico è composto da un totale di oltre 7,2 milioni di core (il core è il nucleo elaborativo di un microprocessore), in grado di esprimere oltre 500 PetaFlops: un computer della velocità di 1 petaflop effettua un milione di miliardi di operazioni al secondo (peta è il prefisso che significa 10 alla 15esima).

I “campioni” di casa nostra sono l’Hpc5 dell’Eni, installato al Green data center di Ferrera Erborgnone (PV), al sesto posto nella speciale classifica, e il Marconi100, del consorzio interuniversitario Cineca di Bologna, che è stato attivato pochi mesi fa e già si è posizionato al nono posto. Il supercomputer Hpc5, solitamente impiegato per lo studio delle rocce sotterranee, è stato utilizzato di recente anche per la ricerca sul nuovo coronavirus, ricerca a cui ha dato un grande contributo proprio il Marconi 100 del Cineca, che nel 2021 sarà affiancato dall’ancora più potente Leonardo.

Grazie alla potenza di calcolo delle macchine del Cineca, in poche settimane è stata identificata una molecola che potrebbe contrastare il coronavirus, grazie a un primo screening virtuale condotto su un archivio di oltre 400.000 molecole contenute in farmaci sicuri per l’uomo e in prodotti naturali.

Questi supercalcolatori sono di fondamentale importanza per la ricerca e l’economia del Paese, perché catalizzano investimenti, valorizzano il lavoro di scienziati e ricercatori e contribuiscono alla nascita di brevetti e in generale all’innovazione. Sapere che due di queste complesse macchine sono nel nostro Paese e che anche altri calcolatori italiani sono tra i primi 50 classificati fa ben sperare, ma soprattutto deve spingerci a puntare di più sui nostri mega cervelloni e sulle loro potenzialità.

 

 

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