Maker e stampanti 3D: così aiutiamo gli ospedali a combattere il Coronavirus

Air Factories è un team composto da giovani professionisti o ricercatori col denominatore comune della passione per la ricerca e la tecnologia. Si sono organizzati online per creare un gruppo di “maker” che hanno l’obiettivo di realizzare, attraverso stampanti 3D, diversi pezzi che in questo momento servono alle strutture ospedaliere del Paese per fronteggiare l’emergenza Coronavirus. Noi del Blog delle Stelle li abbiamo intervistati.



Ciao ragazzi di Air Factories, innanzitutto di cosa vi occupate nella vita?

Siamo un team molto variegato, alcuni di noi sono ricercatori universitari all’interno del Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Messina, altri startupper e altri ancora Web designer. Alle nostre spalle c’è l’esperienza di un incubatore di imprese, di diverse startup innovative e di uno spin off universitario.

Raccontateci la vostra iniziativa

La sera stessa in cui abbiamo appreso dell’idea di Isinnova di realizzare valvole 3D printed per adattare le ormai famose maschere da snorkeling in respiratori, avevamo già stampato il nostro primo prototipo e l’indomani l’abbiamo testato, con successo, presso il Policlinico di Messina. Da lì abbiamo dato il La a un gruppo Telegram in cui rapidamente sono confluiti numerosissimi 3D maker di tutta Italia e non solo. Dopo pochi giorni abbiamo dovuto suddividerci in sottogruppi regionali e abbiamo capito che occorreva organizzare una cabina di regia, una piattaforma, per coordinare la passione e la generosità di tutti coloro i quali hanno messo a disposizione le proprie risorse e competenze. Molto presto i pezzi stampati sono diventati di tantissimo tipo: mascherine, visiere, regolatori di flusso, splitter e valvole. Di recente abbiamo anche sviluppato progetti nuovi e li abbiamo messi a disposizione di tutti, sempre in modalità open e dopo averli testati sul campo.

Quanti siete al momento?

Dietro le quinte del progetto siamo una decina, ma i maker che hanno aderito sono già oltre duecento. Il gruppo Telegram ha invece superato i cinquecento iscritti.

Quali e quante attrezzature vi possono essere “commissionate” da una struttura sanitaria?

Non c’è una regola fissa. Appena riceviamo la call, verificata l’attendibilità, ricerchiamo i maker disponibili presenti in zona. In ogni caso, facciamo sempre del nostro meglio.

Queste attrezzature hanno un costo per la struttura che ve le ordina?

Tutto il sistema si basa sul volontariato. La piattaforma e no-profit e i maker mettono a disposizione il loro tempo, le loro risorse e le loro skills in maniera del tutto gratuita.  

Come fa una struttura sanitaria a “ordinarvi” delle attrezzature?

È abbastanza semplice. La struttura registra una call in un form presente sul nostro sito www.airfactories.org, dettagliando la richiesta e i recapiti necessari per essere ricontattata. I nostri ragazzi che presidiano le richieste si occupano di individuare i maker più adatto e di coordinarli per soddisfare la richiesta. Stiamo cercando di lavorare ad un algoritmo che automatizzi il più possibile il tutto.

Il progetto è appena nato. Avete già ricevuto delle richieste?

Sì, sono arrivate da subito da tutta Italia anche perché siamo connessi con un canale Telegram di medici, oltre a quello dei maker. La cosa che ci ha stupito è che ci è arrivata anche qualche richiesta da ospedali di particolare prestigio. Al momento abbiamo già esitato tre ordini e siamo in fase di stampa per altri tre.

Un maker italiano che volesse aderire al vostro progetto e mettersi a disposizione di cosa ha bisogno in termini di attrezzature e cosa deve fare per mettersi in contatto con voi?

Deve collegarsi al nostro sito www.airfactories.org e iscriversi alla nostra piattaforma, in cui è invitato a indicare tutte le informazioni necessarie: se e quante stampanti 3D ha, i materiali che ha a disposizione e che è in grado di lavorare, se possiede skills particolari che può mettere a disposizione. Dopo l’iscrizione sulla mappa comparirà una bandierina. Non divulghiamo i dati personali perché ci teniamo che la piattaforma resti un ambiente no profit e quindi vogliamo evitare che possano nascere canali commerciali paralleli.

Ultima domanda: a tuo/vostro parere questi processi possono diffondersi in altri ambiti? E’ dunque necessario un processo di innovazione anche da questo punto di vista? Qual è il punto di vista della “comunità dei maker”?

Il concetto di comunità diffusa è un concetto vincente ed esportabile in diversi ambiti. Senza dubbio un momento di emergenza come questo aiuta a stimolare la creatività e a trovare soluzioni a scenari che nessuno aveva valutato prima. Siamo comunque sicuri che ad emergenza cessata le piattaforme diffuse resteranno una risorsa. Ci sono sempre bisogni da soddisfare e gente pronta a mettersi in gioco. Credo che la comunità dei maker ci abbia ben accolto, non sarebbero in centinaia ad aver risposto.

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