Walter Stahel, architetto svizzero di 73 anni, è considerato uno dei padri dell’economia circolare: molti gli attribuiscono l’introduzione dello stesso termine circular economy, negli anni Settanta. Nei decenni successivi, mediante le sue riflessioni e il suo lavoro ha dato un contributo determinante allo sviluppo delle teorie sulla sostenibilità. Negli anni ha svolto vari ruoli di rilievo per la Commissione Europea, ha partecipato a numerosi think-tank e ha scritto libri fondamentali come "The Performance Economy" ed "Economia circolare per tutti", pubblicato quest’anno da Edizioni Ambiente.
Stahel insegna oggi alla University of Surrey e continua a far sentire la sua influente voce, collaborando fra l’altro con la prestigiosa Ellen Mac Arthur Foundation.
In questa intervista concessa a Business Insider, oltre a spiegare i principi del modello che propone e le ragioni per cui ha senso anche a livello economico, offre preziosi suggerimenti alle imprese interessate a operare in questo settore estremamente promettente.
In quella che lei chiama performance economy, i produttori mantengono la proprietà dei beni e ne vendono l’utilizzo come servizio. Pensa che il passaggio a questo sistema sia davvero fattibile?
In parte,viviamo già in un’economia della performance. Ogni volta che prendete un taxi o prenotate un albergo, un volo aereo o un biglietto del treno, ciò che state acquistando è l’utilizzo dell’oggetto, non l’oggetto stesso. E il fleet manager — il gestore della flotta, cioè la compagnia aerea o il tassista — vi garantisce che viaggerete in tutta sicurezza. Lo stesso vale per i parchi comunali, le sale da concerti, gli stadi e così via. In tutti questi cosiddetti spazi pubblici, si compra l’utilizzo di qualcosa per un determinato periodo di tempo.
E se vendi a qualcuno un risultato garantito, e sei in grado di offrirlo senza consumare risorse, realizzi un profitto maggiore di prima. In questo senso la performance economy va ben oltre la circular economy.
Si può applicare questo modello anche agli oggetti immateriali. Novartis per esempio vende oggi la performance di alcuni dei suoi costosissimi farmaci contro il cancro. Il medicinale viene somministrato al paziente, ma se i risultati promessi non vengono riscontrati dai medici che l’hanno in cura, Novartis ne rimborsa il costo — e stiamo parlando di circa mezzo milione di dollari per paziente.
Altri esempi sono Michelin, che vende pneumatici come servizio o in modalità pay-per-mile, o Rolls Royce che vende ore di volo alimentate dai suoi motori per jet.
Sembra il sistema ideale. Perché non stiamo assistendo a un’adozione di massa?
In realtà c’è qualcosa che può andare storto in questo sistema. In tutti i casi che ho citato, la performance economy funziona perché l’attore economico incaricato mantiene la proprietà del bene, ma anche il controllo; in questo modo può evitare gli abusi, che possono degenerare perfino in vandalismo. Se noleggi un’auto, quando la restituisci viene controllata e se hai causato dei danni devi pagare.
Nella cosiddetta economia di condivisione free-float, invece, se non viene mantenuto il controllo assistiamo purtroppo a una serie di abusi. I sistemi basati su biciclette e scooter elettrici free-float — o perfino vetture elettriche, come a Parigi — sono falliti proprio a causa di questi fenomeni. I consumatori trattano questi mezzi come articoli di consumo, non come beni da custodire.
Perché le persone si comportano in questo modo, a suo parere?
I motivi fondamentali che danno luogo a questi comportamenti sono due. Uno è il consumismo, che instilla in noi l’idea che possiamo trattare le cose senza riguardo e a un certo punto semplicemente buttarle via per comprarne di nuove.
L’altro motivo è spiegato dalla cosiddetta psicologia della personalità. Ciascuno oggi è il centro del suo mondo. Tutto ruota intorno ai selfie e a “me, me, me” — neppure a me too, solo me, me, me. Alle persone di conseguenza non importa più niente di quello che non è “me” e non è “su di me”. Qualunque cosa sia di proprietà di qualcun altro è un problema di cui si deve occupare quel qualcuno.
Questi due fenomeni concorrono a produrre il tipo di abusi di cui ho parlato; si tratta dunque di un problema umano, non di un problema tecnologico.
Lei pensa davvero che questo modello possa funzionare dal punto di vista economico?
A mio parere sarà il passaggio a una performance economy a consentire agli attori economici di realizzare più profitti di quanti non ottenessero nella società di consumo.
Esistono anche alcune ragioni tecniche che suggeriscono di procedere in questa direzione. Tutti parlano di mobilità elettrica, ma una cosa di cui la gente non si rende conto è che un motore elettrico ha una vita tecnica di un centinaio d’anni, mentre quello a combustione viveva per trent’anni. Inoltre i motori elettrici non hanno quasi bisogno di manutenzione, mentre quelli a combustione necessitavano di controlli e regolazioni annuali.
Un’azienda come Tesla ovviamente ha bisogno di soldi; è per questo che vende le sue vetture, mentre se le cedesse a noleggio potrebbe dover aspettare vent’anni per incassare la stessa quantità di denaro.
Ma quando le case automobilistiche si renderanno conto che la mobilità elettrica non richiede né manutenzione né assistenza — malgrado possa effettivamente richiedere servizi di riparazione — capiranno che guadagnerebbero più soldi noleggiando i veicoli che vendendoli. Le vetture elettriche offrono questa possibilità per la prima volta, perché sono tutte tecnologie con una vita molto lunga.
Lei spiega anche che nell’economia industriale circolare, i modelli di business più efficienti e redditizi sono quelli che prevedono operations locali. Sembra l’esatto opposto della globalizzazione: qual è la sua posizione al riguardo?
Io penso che la globalizzazione sia morta — oppure che sia stata rimpiazzata da una cosa chiamata “decentralizzazione intelligente”.
Pensate soltanto ai microbirrifici, alle micropanetterie, al microcredito, a qualunque cosa di livello micro; anche l’energia idroelettrica, quella fotovoltaica e quella eolica sono fondamentalmente energie micro che andrebbero consumate a livello locale, invece di costruire enormi linee di trasmissione.
Inoltre, se pensiamo alla produzione industriale, la globalizzazione era basata sul fatto che la manodopera era costosa, di conseguenza le fabbriche venivano costruite dove si trovava manodopera a buon mercato. Oggi invece, se sono i robot a svolgere il lavoro e se hanno lo stesso costo in Vietnam, in Cina, in America e in Europa — come hanno effettivamente certi tipi di robot — il costo variabile non è più rappresentato dalla manodopera, ma dai rischi legati ai trasporti e dai costi logistici e di trasporto.
Pertanto, se sei in grado di produrre i beni su base locale, o almeno regionale, e di avvalerti dei robot, puoi garantire la produzione just-in-time e riesci a risparmiare molti soldi, perché non devi farti carico dei rischi e dei costi di trasporto.
Ci sono altri esempi di questo approccio — soprattutto nell’ambito dell’economia circolare, com’è ovvio — ma fondamentalmente ci siamo allontanati dai settori realmente globali. E se esaminate i dati sul trasporto di container vedrete che la più grande azienda specializzata in Corea del Nord è già finita in bancarotta.
Anche grandi imprese logistiche come Mersk o Panalpina stanno avendo grossi problemi, hanno interi magazzini vuoti, in parte a causa della stampa 3D. In passato erano loro a gestire l’intero stock dei pezzi di ricambio per conto delle case automobilistiche, ma queste oggi li stampano on demand, non hanno più bisogno di tenerli a magazzino.
Il problema è che tutti questi cambiamenti sono lenti e invisibili. Se non lavori in questo campo non te ne rendi conto. Ciò che è ancora in primo piano è che le campagne pubblicitarie su certi prodotti, come le sigarette o la birra prodotta da marche come Heineken, Carlsberg e così via, rimangono globali — ma se poi osservi dove va la gente se vuole bere una birra, molto spesso va in un microbirrificio o qualcosa di simile.
Lei ha introdotto un concetto che chiama principio di inerzia: “Non riparare le cose che non sono rotte, non ricondizionare le cose che possono essere riparate, non riciclare le cose che possono essere ricondizionate”. Quali sono i vantaggi che offre?
L’inerzia è la chiave dell’efficienza: quanto più lenti sono i cicli di vita dei prodotti, tanto maggiore è l’efficienza nell’utilizzo delle risorse. Se si usa una bottiglia di vetro con un sistema di chiusura intelligente, questa vive in media per 27 cicli di riempimento prima di essere riciclata o perduta o di rompersi. Ovviamente una lattina usa-e-getta, per esempio di birra, ha invece una sola vita.
I beni che vengono usati una volta e poi riciclati hanno un ciclo di vita molto rapido — la lattina di cui sopra può vivere per un solo mese — che procede a una velocità incredibile, mentre una bottiglia di vetro può vivere per diversi anni. In questo senso, se estendi la vita di servizio degli oggetti ne rallenti il flusso attraverso l’economia, il che crea efficienza.
Nel suggerire tutte le misure che i decisori politici potrebbero prendere per passare al modello da lei proposto, non cita mai due fattori che hanno influenzato considerevolmente la politica negli ultimi decenni: da un lato le attività di lobbying, dall’altro le pressioni dei mercati finanziari sul business. Crede davvero che i policymaker siano liberi di prendere le iniziative che considerano più opportune per creare un mondo migliore?
I politici eletti hanno l’obbligo di seguire la visione o il piano del rispettivo governo. Come probabilmente avrete saputo, Ursula von der Leyen, nuova presidente eletta della Commissione europea, vuole che l’Europa diventi leader nell’area dell’economia circolare e del clean tech. Questo dà ai policymaker, all’interno dell’Unione europea, un sostegno molto più forte affinché procedano nell’introduzione delle loro politiche e nella lotta contro i lobbisti.
I lobbisti esisteranno sempre, ma rappresentano gli interessi degli attori economici. Se questi passeranno da un modello di business basato sui volumi di produzione a un modello basato sugli stock di risorse, dall’economia lineare industriale alla performance economy, anche le attività di lobbying cambieranno direzione, spingendo decisori politici e parlamentari a sostenere questo nuovo modello. Penso dunque che le attività di lobbying potrebbero addirittura giovare a questa causa.
Il secondo punto è il denaro. I soldi fanno girare il mondo, ma il capitalismo era basato sull’interesse, sull’idea che le persone ottenessero una rendita dal proprio capitale. Oggi invece, in molti Paesi — nell’eurozona, in Svizzera, persino negli Stati Uniti — i tassi d’interesse sono negativi. E a mio parere, se i tassi sono negativi il capitalismo è morto, perché non si ottiene un profitto per il fatto di essere capitalisti.
Questo a mio parere è anche il motivo per cui la gente investe sempre più negli immobili, seppur a prezzi folli, o in Borsa, perché almeno i suoi soldi sono al sicuro. In Svizzera oggi abbiamo addirittura mutui con un tasso d’interesse negativo, il che significa che puoi comprare una casa e la banca ti paga perché tu lo faccia! Ciò avviene perché la Banca centrale deve supportare il franco svizzero in rapporto all’euro — questo mercato capitalistico a volte produce risultati bizzarri, perché segue regole tutte sue.
Che cosa potrebbero fare gli imprenditori per promuovere il passaggio a un’economia industriale circolare? Su quali tipi di attività di business consiglierebbe loro di focalizzarsi nella creazione di nuove imprese?
Le attività principali legate a quella che io chiamo “era R” (riutilizzo, riparazione, riproduzione) sono quelle di gestione e manutenzione. Se lavorate in questo campo e siete in grado di offrire prezzi inferiori rispetto ai vostri concorrenti, avrete facilmente la meglio su di loro.
Come potete farlo? Un trucco è quello di usare componenti standardizzate. Un altro è il ricorso alle riparazioni spareless, cioè senza pezzi di ricambio. Xerox o Rolls-Royce hanno mostrato come fare queste cose, ma sono aziende produttrici.
Ci sono in effetti alcune aziende di servizio specializzate nella gestione e manutenzione nel settore delle spedizioni e in quello delle ferrovie, e realizzano grandi profitti, ma hanno dovuto sviluppare metodi e tecnologie che non hanno a che vedere con la produzione e con la manifattura, dunque hanno dovuto cambiare il loro modo di lavorare e di applicare la tecnologia alle operations.
Un’altra area è quella che io chiamo “era D”, da de-bonding, cioè il recupero delle stesse molecole di cui sono fatti i materiali. Una nuova azienda svizzera chiamata Trs (Tyre Recycling Solutions) ha sviluppato un sistema che si avvale di getti d’acqua per scomporre un pneumatico, prenderne le materie prime, come il poliuretano, e riutilizzarle. Lavora con vari produttori di pneumatici, e la gomma polverizzata che ricava può essere usata per produrre nuovi pneumatici.
Anche in questo caso si tratta di una tecnologia completamente nuova che non ha niente a che vedere con la manifattura tradizionale — o in questo caso con la produzione di monomeri della plastica — dunque richiede molta innovazione e molti approcci nuovi.
Può darci altri esempi di queste nuove attività industriali?
La University of Surrey, dove insegno, sta lavorando a un grande progetto finanziato dall’Unione europea, volto a sviluppare un modo per de-polimerizzare diversi polimeri per produrre monomeri. È una cosa che si può già fare con il nylon e il polipropilene, ma il team di progetto a questo punto ha creato un processo adatto a altri quattro o cinque materiali. È un’attività che richiede molta ricerca scientifica, ma alla fine ottieni una serie di brevetti e puoi vendere la licenza di utilizzo di questi processi.
Nell’area della chimica circolare invece c’è un nuovo polimero prodotto dai Lawrence Berkeley National Laboratories di Los Angeles, che consente di gettare semplicemente un prodotto fatto di questo materiale in un contenitore pieno di un acido molto forte grazie a cui tutti gli additivi vengono separati e si riottiene il monomero di partenza, che può essere riutilizzato.
Alcuni hanno già iniziato a svolgere questo processo, e penso che quante più persone lavoreranno su questi aspetti, tanti più casi di successo vedremo spuntare. Ma se avessi una piccola o media impresa, ovviamente, mi occuperei dell’era R — cioè dei servizi di riparazione, gestione e manutenzione — perché le altre attività che ho descritto richiedono molti fondi.
Parla Walter Stahel: addio globalizzazione, è l'ora della performance economy
19 novembre 2019 alle ore 12:25•di MoVimento 5 Stelle
Commenti (18)
Giuseppe
19 novembre 2019 alle ore 12:55Era ora che qualcuno si facesse avanti, la globalizzazione a creato sfruttamento e povertà.
Iononmollo
19 novembre 2019 alle ore 15:19Post molto molto interessante, I cambiamenti economici mutano in fretta!
È ora di stare al passo con i tempi, pronti a nuove sfide!!
pietro casula
19 novembre 2019 alle ore 15:20Articolo interessantissimo.
Prendo volentieri atto che la globalizzazione sarebbe morta.
franco
19 novembre 2019 alle ore 17:29Bloccare il Mes e' un dovere di tutti i partiti anticasta e anti Bruxelles, Conte pare abbia sottoscritto in segreto questa trappola, questo cappio per l'Italia, in votazione i 5s si facciano sentire e stiano attenti a Conte...
Serafino
19 novembre 2019 alle ore 18:08Conte non firmerà mai una porcata del genere, sarà ratificato da Salvini quando diverrà Presidente del consiglio con Berlusconi Capo dello Stato.
Paolo Brescancin
19 novembre 2019 alle ore 18:27Commento lapidario: qualsiasi modello di produzione e sviluppo può andare bene, l'importante è che sia perseguito senza mai dimenticare un concetto trasversale a tutti i modelli e cioè l'efficienza. Nello specifico, è chiaro che il modello determinerà complessivamente una diminuzione di risorse utilizzate, ma anche una diminuzione di produzione complessiva. Poi, però, non lamentiamoci se il PIL diminuirà è con esso l'occupazione complessiva.
Saluti
linkbato
19 novembre 2019 alle ore 18:34Molto interessante,sono queste le cose che ci servono...ora dobbiamo incentivarle e metterle in essere...
Italico
19 novembre 2019 alle ore 18:46Insomma è una globalizzazione definitiva, una enorme Globe&Company, di proprietari che utilizzeranno i sistemi di produzione in base alla richiesta, divideranno le produzioni in 2 settori indipendenti, Automazioni, e Agricolture.
Una schiacciante dittatura industriale con la più alta carica di progettazione cui nessuno potrà fare concorrenza, nessuno si potrà permettere un'attività di 15 dipendenti, nessuna prospettiva di carriera, in 2 governano l'industria e tutti gli altri a fare i consumisti.
Adesso mi spiegheranno dove metteranno miliardi di persone a lavorare, a meno che non si decida che la gente sia stipendiata solo per consumare.
Nessuno oserá aprire un'impresa, o progettare un frullatore, come neanche una lampadina, dal momento che il proprio progetto sarà obsoleto il giorno dopo, visto che gli altri saranno i magnati progettisti della Nasa.
In pratica nel prossimo futuro con le Assistenze di Manutenzione e riparazione sarà come tirare a campare con le ultime goccie di spremitura.
A quel punto non varrà più la lotta sindacalista diritti e lavoro, non si potrà più affermare "non c'hai voglia di fare un cazzo", non ci sarà più un cazzo da fare.
Non ne ho idea, di come vorranno tenere sempre più dell'ignoranza le popolazioni,chiuderanno anche le scuole, dal momento che non serviranno più Professionisti.
Chissà che diavolo di futuro, tutti beoti seduti sulle proprie grasse chiappe, ad aspettare che dicano che cosa consumare da stagione a stagione.
antonio d m
19 novembre 2019 alle ore 19:35Prendo spunto da questa intervista molto interessante sulla fine della globalizzazione per sapere come mai il governo non si è ancora espresso riguardo a quanto sta accadendo a Hong Kong .
Italico
19 novembre 2019 alle ore 20:32Non ci vedo differenza, i colossi cinesi sono già proprietari e multinazionali, i liberali stanno combattendo come noi ci battiamo contro il Liberalismo, il che mi dice che i Capitalisti fanno comunismo, e tutte le volte che ragiono stai fatti non so più chi sono i Comunisti e i Capitalisti.
I Capitalisti che sono i nuovi proletari, in definitiva il Comunismo in Cina, non è comunismo ma Anarchia Socialista, esattamente come lo è l'Anarchia Capitalista, qui in Occidente.
Quindi non sono le politiche a battersi, sono i poracci che non fanno cassa, a battersi contro la politica.
giuseppe abruzzese
19 novembre 2019 alle ore 19:38Mi sembra che quello che è scritto in quest'intervista sia soltanto la nuova faccia del capitalismo. Una faccia apparentemente pulita, ma l'importante è quello che non duce. Ad esempio, se quelli che adesso sono i "prodotti" diventano "a noleggio" il potere rimane sempre inmano al noleggiatore, oggi produttore, anzi non produttore visto che le aziende hanno degli "occupati". Se un giorno il noleggiatore (o i noleggiatori) decide di aumentare il prezzo del noleggio cosa potrà fare la popolazione? Sulla spinta della solita campagna pubblicitaria di massa, sosterremo questo esborso, qualcuno protesterà, qualcuno cambierà marca, ma alla fine chi non ha nulla no potrà nemmeno avere più il minimo. Cioé... ovvio che non ci sarà chi non avrà nulla perchè a questo punto lo stato, altro che i decisori politici di cui parla questo signore, dovrà mantenere il consumo aiutando i consumatori nullatenenti. In sostanza quello di cui para questo signore è solo la nuova faccia del padronato, un padronato anni '3000, con tutta la serie di disperazione allegata.
Non capisco cosa ci faccia questa articolo su questo blog.
giuseppe abruzzese
19 novembre 2019 alle ore 19:38..è quello che non dice...
giuseppe abruzzese
19 novembre 2019 alle ore 19:39...quello di cui parla...
Italico
19 novembre 2019 alle ore 20:18Va bene che lo dicano almeno che prospettive siano, serve sapere.
maria s., ancona
19 novembre 2019 alle ore 23:10Si aggrava il "controllo sociale da parte di una classe e di una struttura gerarchica" . Non solo i mezzi di produzione in mano al "padrone" ma in aggiunta emerge nel suo controllo assoluto
l' uso dei suoi prodotti...
Non è roba facile da digerire dal momento che, intuitivamente, tutte le strutture e le regole che governano le società democratiche attuali (per la difesa delle quali già si combatte strenuamente), a partire dalle costituzioni, sarebbero lettera morta e per ridare dignità, diritti e democrazia al cittadino, andrebbero riedificate dalle fondamenta. E i "padroni" dei mezzi di produzione ci starebbero?
E la conseguente trasformazione antropologica di una moltitudine
senza il riferimento del reddito da lavoro e di come occupare il tempo libero?...
Neppure dopo una guerra atomica!
Di positivo l'ambiente protetto e il mancato saccheggio all'osso della materia prima.
C'è tanto da elaborare sull'argomento.
Ginger
20 novembre 2019 alle ore 00:49Se sei imprenditore, in italia, conviene chiudere. L'unico padrone è lo Stato. Sottrae soldi a chi lavora, estorcendo tasse inique e assurde per mantenere lo statalismo.
Tant'è vero che le tasse aumentano ogni anno poichè non diminuisce la spesa pubblica mentre il lavoro privato diminuisce e con esso il reddito privato, quindi meno gettito all'erario.
La "performance economy" se capisco bene, significa riscuoti se produci servizio. L'opposto dello statalismo dove riscuoti per non fare niente.
pino
20 novembre 2019 alle ore 09:37Ma chi li legge e li capisce queste cose qua in questo blog. I bocconiani convertiti al M5S ? Ma chiamate Monti e Tremonti e fategli le stesse domande o portateli a risposte risolutive con i numeri ed i calcoli delle economie, finanze locali e regionali qui in Italia e non altrove!
Chi legge qui ne capisce e sa dettagliare chiaramente i numeri ed i cal oli per rispondere?
Poi, l'economia circolare non è chiusa perché le attuali offerte ed indottrinamenti del mercato portano ad impoveriti e quello che guadagni come economia circolare non Ti basta più e la tua economia circolare o meglio elicoidale si allarga sempre più perché hai necessità di incassare.
Quindi dal paese (80%) dei comuni Italiani vai in città per acquistare a minor costo ma costretto a fare magazzino e pagare tutto a debito.
Non puoi tornare indietro oppure si collassa e se lo si fa ora ed in tanti filiera per filiera si chiude baracca ed arrivano tanti penitenti Cinesi, Bangla, Indi, Paki, Slavi, Russi, Turchi come in Germania da 40/50 fa e gli Italiani in Belgio, che lavorano prima in nero mentre mandano i soldi a casa e poi sistemati li, mamma, fratelli, casa, matrimonio si sistemano a reddito con stipendio regolare, sanità italiana pubblica, casa popolare, contribuzione pensionistica ed alla prima possibilità, tornano nella loro patria e si fanno spedire tutti i contributi INPS che gli sono stati versati.
È questa è l'economia circolare che abbiamo bisogno!
PS : Di quelli che non ci riescono se sono extracomunitari economici clandestini grazie a Salvini e la polizia privata alla Bossi-Fini dallo spaccio passano all'ingrosso dogana-dogana. Di quelli che non ci riescono più e sono italiani, disoccupati anche laureati in teoria, od idraulico specializzato di 55 anni o ex casalinga ora in cassa integrazione di solidarietà, fa il sindacalista o la fila dall'onorevole per fare il vigile o la oss nel paese! Pe'! Simpaticamente, ma vaffa!
hlvs
20 novembre 2019 alle ore 19:19Studia, informati e poi scrivi, ascolta Geremy Rifkin, io sono solo diplomata ma credimi non ci vuole una laurea per capire che la globalizzazione è fallita. Dispiace solo per quelle persone picchiate e maltrattate al G8 di Genova il 15 luglio del 2001, a manifestare contro la globalizzazione, ma scambiati per gentaglia. Vent'anni sono passati prima di capire che avevamo ragione e che avevamo visto lungo!
