Caso Chico Forti, detenuto da 20 anni in Florida. Grida la sua innocenza

Fa piacere apprendere che finalmente anche altri partiti come Forza Italia si siano accorti che esista il caso di “Chico Forti” e annuncino mozioni in parlamento! Evidentemente anche l’ottimo recente servizio mandato in onda da “Le Iene”, ha svegliato un po’ tutti. Ben vengano dunque tutte le iniziative a favore di Chico.

Ma giusto per fare chiarezza, visto che alcune colleghe di Forza Italia chiedono oggi a gran voce al nostro Ministro Luigi Di Maio un impegno in questo senso, è doveroso precisare che Il Movimento 5 Stelle, segue da anni con apprensione la vicenda. Nel 2014 quando eravamo in opposizione, presentammo una mozione che fu votata all’unanimità, proprio per sollecitare l’allora Governo Renzi. Mozione che io e il collega Carlo Sibilia scrivemmo e presentammo in Parlamento grazie al prezioso supporto del caro Giudice Ferdinando Imposimato, purtroppo venuto a mancare nel 2018, ma che era sempre stato uno strenuo sostenitore dell’innocenza di Chico e della necessità che potesse avere un giusto processo.

Quindi, evidentemente certi percorsi anche a livello istituzionale sono stati da noi e anche da altri già percorsi in tempi non sospetti. Sono anni che seguiamo la vicenda di questo nostro connazionale detenuto in Florida. Non ci siamo certo svegliati oggi e aggiungiamo che il Governo sta approfondendo la questione attivando tutti i canali e i contatti del caso. Ricordiamo dunque ancora la drammatica e intricata storia di Enrico Forti noto Chico, ex campione mondiale di windsurf, filmaker, produttore televisivo, detenuto in un carcere di massima sicurezza in Florida da quasi 20 anni con l’accusa di omicidio, per la quale sta tutt’ora scontando una condanna all’ergastolo.

Parliamo di un caso giudiziario molto particolare e di un processo lampo costellato di errori e omissioni. Un processo nel quale il nostro connazionale, non avrebbe avuto la possibilità di difendersi adeguatamente, così come evidenziato dagli stessi legali di Chico Forti, dall’evidenza delle carte processuali, da ormai una larghissima parte dell’opinione pubblica e da emeriti giuristi che del caso si erano interessati a più riprese in questi lunghi anni. Ad oggi non è infatti ancora chiaro il movente che avrebbe spinto il Forti ad uccidere il cittadino Dale Pike, figlio del noto imprenditore Anthony Pike proprietario del Pikes Hotel a Ibiza, locale molto frequentato negli anni 80’ dalle star del momento e da tanti personaggi del mondo dello spettacolo; locale che il Forti si era interessato ad acquistare. Proprio l’acquisto dell’Hotel in questione sarebbe all’origine di tutta la drammatica vicenda legata all’omicidio di Dale Pike.

L’accusa contro Enrico Forti era apparsa fin da subito confusa, generica, incomprensibile e non consentì un’adeguata difesa a Forti: non era chiaro, dopo alcuni cambiamenti del capo di imputazione, se Forti avesse agito come mandante o come esecutore materiale, da solo o con uno o più complici, e quale fosse l’arma del delitto. La genericità dell’accusa violò una norma fondamentale del Patto internazionale di New York relativo ai diritti civili e politici del 1966; l’articolo 14, comma 3, dispone, infatti, che «Ogni individuo accusato di un reato, ha diritto ad essere informato sollecitamente e in modo circostanziato della natura e dei motivi dell’accusa a lui rivolta».

La corte di Miami, che il 15 giugno del 2000 ha condannato Enrico Forti per omicidio in base al movente della truffa dell’acquisto dell’hotel Pike’s, ha violato il principio del “ne bis in idem”. Le accuse contro Forti erano tre: truffa, circonvenzione e concorso in omicidio. Il processo contro Forti per la truffa e la circonvenzione di incapace si era concluso con una sentenza di non doversi procedere «nolli prosequi». Sennonché l’8 ottobre 1999, nonostante il proscioglimento di Forti dall’accusa di truffa e circonvenzione di incapace, il prosecutor chiese alla corte di contestare al Forti l’accusa di omicidio di primo grado a scopo di lucro, cioè a scopo di ingiusto profitto per mezzo di truffa. Tale contestazione, sviluppata dal prosecutor nella requisitoria finale, venne posta dalla corte come pilastro dell’accusa, a base della condanna all’ergastolo. Invece, il presidente della corte avrebbe dovuto informare la giuria che Forti era stato prosciolto dall’accusa di truffa e circonvenzione con sentenza per effetto della quale c’era il divieto del ne bis in idem alias del «double Jeopardy».  L’articolo 14, comma 6, del Patto internazionale di New York relativo ai diritti civili e politici, stabilisce che «nessuno può essere sottoposto a nuovo giudizio per un reato per il quale sia già stato assolto o condannato con sentenza definitiva in conformità al diritto e alla procedura penale di ciascun paese».

Al di là delle incredibili evidenze emerse negli anni rispetto alla debolezza dell’impianto accusatorio per il quale Chico Forti ha subito la condanna all’ergastolo e sconta ancora oggi una pena durissima e dei molteplici ma “vani” appelli dei familiari di Chico, dei suoi amici e conoscenti e di tantissimi comitati di cittadini nati per dare forza e sostegno nella ricerca della verità e della giustizia, ad oggi Chico continua a vivere il suo calvario con una forza e una speranza che non si sono mai spente, ma avrebbero fatto vacillare qualunque essere umano in una simile situazione. Di recente, dopo anni di silenzi, il caso, già conosciuto in Italia grazie alla tenacia e ai dossier di alcuni giornalisti come Manuela Moreno che avevano preso a cuore le sorti di Chico Forti, la vicenda è finalmente balzata anche all’attenzione dell’opinione pubblica americana scatenando un grande dibattito: grazie ad un filmato trasmesso dalla CBS, infatti, sono emerse le testimonianze clamorose di alcuni giurati e di un testimone che potrebbero rimettere in discussione tutto.

Ora chiediamo giustizia e verità per Chico. Siamo convinti che su questo caso ci sia oggi larga convergenza a livello politico almeno sul fatto che Chico non debba essere lasciato solo e si debba fare il possibile per far luce sul suo caso a vent’anni da una condanna con tante ombre. Con il Governo e con Riccardo Fraccaro, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, anch’egli come Chico, cittadino Trentino, stiamo seguendo con attenzione il caso sotto tutti i profili e il 3 Dicembre organizzeremo un incontro evento alla Camera per raccontare la storia di Chico. Oggi Chico Forti ha bisogno di tutti noi ed è nostro dovere come rappresentanti delle istituzioni ascoltare i suoi appelli e le sue ragioni.

La sua famiglia vive ormai nell’attesa e nel dolore da 20 lunghissimi anni, la mamma lo attende e spera di riabbracciarlo e i suoi figli crescono senza il papà da troppo tempo; anche la tenacia e la forza dello Zio Gianni, da sempre impegnato nella battaglia per dimostrare l’innocenza del nipote sono messe a dura prova dalla stanchezza dalle delusioni e dal tempo che scorre inesorabile. Al noto avvocato statunitense Joe Tacopina è affidata la difesa di Chico.

Crediamo sia doveroso ascoltare la sofferenza di questa famiglia e le ragioni di quest’uomo, perché quando vi sia anche solo un minimo dubbio che un innocente possa essere stato condannato ingiustamente, occorre lavorare ed impegnarsi per fare chiarezza e inseguire la verità. Sempre.

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