
Il salario minimo è un pilastro della Quarta rivoluzione industriale
15 aprile 2019 alle ore 12:25•di Claudio Cominardi
C’è un legame tra il “salario minimo orario” e i grandi cambiamenti che l’innovazione tecnologica e digitale stanno generando nel mondo del lavoro? Certamente sì. Proprio il salario minimo orario sarà un tassello fondamentale per fronteggiare le sfide della Quarta Rivoluzione Industriale e sono sufficienti pochi minuti per spiegare perché.
Stiamo entrando in un tempo in cui produrre beni e servizi (ma anche ordinarli, trasportarli, condividerli) è sempre più facile, rapido, immediato. Il mondo digitale, la robotica, l’intelligenza artificiale stanno radicalmente cambiando i processi produttivi e le organizzazioni del lavoro nello stesso modo in cui l’elettricità e l’automazione, in passato, hanno trasformato le nostre fabbriche, le nostre economie, la nostra società.
La “produttività”, dunque, non è un problema. Anzi, come direbbe Erik Brynjolfson - ricercatore del MIT e autore con Andrew McAfee di uno dei testi più importanti sul futuro del lavoro (The future of work) - attualmente la produttività “se la sta cavando benissimo”: il problema è che si è scollegata dal lavoro e il reddito di un lavoratore comune è stagnante. Sempre meno persone hanno un lavoro, sempre meno persone hanno un salario e un reddito adeguato e dignitoso.
In altre parole: la produttività continua a crescere, i salari restano fermi. Sta accadendo da prima della crisi non solo negli Stati Uniti, ma a livello mondiale. Il sottile legame tra lavoro, salari e produttività si è spezzato. Paradossalmente, non abbiamo mai prodotto tanta ricchezza nel mondo quanta ne abbiamo prodotta negli ultimi decenni, ma questa si è concentrata in un numero sempre minore di mani. I rapporti Oxfam ce lo dimostrano ogni anno.
Dobbiamo quindi fermare l’innovazione tecnologica? È impossibile persino pensarlo. Ciò che possiamo fare però, è garantire che in questa grande trasformazione globale le persone possano competere “con” le macchine (non “contro”) continuando ad avere non solo un reddito, ma anche un salario dignitoso. Non possiamo dimenticare quanto ci ricorda Robert Reich, ex segretario al Lavoro Usa e autore di “Inequality for all”: negli Stati Uniti circa il 70% della spesa al consumo è sempre stata sostenuta da quella classe media che ha pesantemente subito lo “scollamento” tra lavoro e produttività. Che succede se nessuno può comprare i beni che produciamo?
Non possiamo ignorare nemmeno ciò che la ricerca “Lavoro 2025”, lo studio previsionale promosso dal MoVimento 5 Stelle, ha previsto per i prossimi anni, cioè che la Quarta Rivoluzione industriale tende ad aumentare la distanza tra lavoratori con “skills” avanzati (sempre di più e sempre meglio pagati) dai lavoratori scarsamente professionalizzati (ugualmente crescenti in numero, ma peggio retribuiti).
A fronte di tutto questo, l’importanza di un salario minimo nell’era della grande rivoluzione tecnologica e digitale appare scontata. Lo è ancor più per l’Italia, dove a differenza di molti altri Paesi europei avanzati ancora non esiste e un lavoratore su cinque guadagna meno di nove euro lordi all’ora.
Insieme al Reddito di Cittadinanza, alla riforma dei Centri per l'impiego e ai massicci investimenti destinati dal Ministero dello Sviluppo Economico al mondo delle imprese, anche piccole e medie, il salario minimo sarà il pilastro di un nuovo welfare e di una nuova politica economica fondate su tre elementi chiave: protezione sociale, formazione, innovazione. E sarà un elemento di forza per trasformare i rischi del futuro in enormi opportunità.
Commenti (10)
valerio galanti
15 aprile 2019 alle ore 13:34Non vi crediamo più..
Giuseppe Bruna
15 aprile 2019 alle ore 13:35Sarebbe un primo passo per contrastare lo sfruttamento Delle pseudo cooperative sociali e srl che gestiscono il terzo settore...
id &as
15 aprile 2019 alle ore 13:49OT ? Nessuna attività imprenditoriale che dipenda, per il suo successo, dal pagare i suoi lavoratori meno di quanto serva loro per vivere ha diritto di sopravvivere in questo Paese.
In my Inaugural I laid down the simple proposition that nobody is going to starve in this country. It seems to me to be equally plain that no business which depends for existence on paying less than living wages to its workers has any right to continue in this country. By "business" I mean the whole of commerce as well as the whole of industry; by workers I mean all workers, the white collar class as well as the men in overalls; and by living wages I mean more than a bare subsistence level-I mean the wages of decent living.
Franklin Roosevelt's Statement
on the National Industrial Recovery Act
June 16, 1933
http://docs.fdrlibrary.marist.edu/ODNIRAST.HTML
Francesco Elia
15 aprile 2019 alle ore 15:13Al posto di spendere miliardi qua e la bisogna abbattere drasticamente il costo del lavoro e la tassazione sulla busta paga. È assurdo che un lavoratore che guadagna oltre 2000€ lordi, già tartassato da tasse di ogni tipo, in busta se ne ritrovi neanche 1500€ netti. #Menotasseinbustapaga
kukibute
15 aprile 2019 alle ore 16:16Provvedimento giusto.
Donatella D.
15 aprile 2019 alle ore 20:26Giustissimo e democratico ma per aiutare l economia si questo paese è fondamentale abbassare le tasse!!
Antonio Corbo
15 aprile 2019 alle ore 20:29Credo che il primo passo sia quello di riconoscere, alla luce di quanto accade oggi, la funzione di redistribuzione della ricchezza prodotta operata dal lavoro. Se quella funzione non è più svolta dall'attuale situazione occorre introdurre adeguate modifiche. In questa fase c'è ampio spazio per ridurre l'orario di lavoro settimanale, a parità di salario. Già dal 1926 Keynes prefigurava una riduzione dell'orario di lavoro a 24 ore la settimana!!! Fissare un salario minimo è sacrosanto, visto che l'azione sindacale ormai è inesistente. Ma la necessità impellente è la redistribuzione della ricchezza prodotta che va affrontata. Stante l'abnorme concentrazione della ricchezza, riconosciuta da tutti, a ogni livello, è lì che bisogna intervenire. La riduzione delle tasse ai prenditori di tutto, va fatta, MA COL SEGNO NEGATIVO! Le tasse, in una società democratica sono il primo meccanismo per la redistribuzione della ricchezza.
Claudio Indelicato
15 aprile 2019 alle ore 22:17Aumentare il salario e abbassare le tasse .
Francesco Cloridani
30 aprile 2019 alle ore 15:29Esempio pratico di tassazione in busta paga :
Retribuzione =minima
Contributo IVS..TRATTENUTE = 160.64.
CONT. Cigs trat.= 5.24.
IRPEF = 265.69.
e altre voci regionali e comunali .
Tot. Trattenute = 730.63.
Netto= 1.199.26.
Ora ditemi togliendo 450 € di affitto più luce , acqua ,Gas
E il pane quotidiano mi sapete dire come si può tirare avanti ??? .
Solo di tasse sono il frutto del mio sudore che mi state rapinando!!!!.
Fatemi capire come una famiglia possa essere ridotta alla fame!!!!!!!!!!
Tommaso Giachetti
4 maggio 2019 alle ore 14:01Bene, altro passo obbligatorio verso l'emancipazione. Da sempre, privatamente sostengo reddito di cittadinanza e salario minimo. Aggiungerei un tetto massimo di cumulo ore lavoro mensili il più rigido possibile, altrimenti, si rischia di invalidare il reddito minimo con le solite furberie. È strano, come il movimento combatta molte delle battaglie che avevo in testa da anni, e che all'incirca, lo faccia esattamente nel modo che avevo in mente. RDC e salario minimo, sono gli strumenti giusti per riequilibrare un sacco di cose squilibrate negli ultimi vent'anni. A cominciare dagli studi di settore che in Italia non hanno senso, non senza salario minimo e RDC. È infatti ovvio, che al contrario ad esempio di Francia e Germania, in Italia, le micro imprese siano uno strumento per evitare la sotto occupazione salariale o il nero e la disoccupazione. È assurdo in un contesto simile indicare con gli studi di settore un minimo reddituale per una micro impresa. Il titolare, in genere è costretto ad intraprendere per sostenersi, quindi, non ha facoltà decisionale reale sul rimanere aperto guadagnando poco, perché di contro non c'è il lavoro o non è retribuito correttamente. Altra cosa, è la scelata che avrebbe con RDC e salario minimo. Non morendo di fame se decide di chiudere, se preferisce intraprendere, potrebbe allora essere giusto anche lo studio di settore a quel punto, poiché lo Stato, introdurrebbe il principio di salvaguardia che gli permetterebbe di desistere dall'impresa intrapresa senza finire in mezzo ad una strada. Questo, solo per fare uno dei tanti esempi di uno Stato che, negli anni, ha reso invivibile a gran parte della socialità l'esistenza. Cito ancora solo un altro esempio dei molti che potrei: cioè il fatto che in Italia, il lavoro sia stato reso iniquo, a seconda delle mansioni ed a volte della casualità. C'è chi è ancora abbastanza tutelato, e chi invece è costretto a turni estenuanti e sotto pagato, inammissibile!
