Divieto di accesso alla ricerca scientifica (pirata) online. Giusto ma il problema esiste.

Shi-Hub è una piattaforma che, da anni, rende accessibili al pubblico gratuitamente centinaia di migliaia di articoli scientifici che i relativi editori pubblicano nelle loro riviste e distribuiscono a pagamento. “Rimuovere tutte le barriere sulla strada della scienza”, recita il payoff del sito. Senza troppi giri di parole e a dispetto degli ideali in stile Robin Hood dei suoi fondatori si tratta di una piattaforma pirata per la diffusione e condivisione del sapere scientifico.

Uno dei più nobili dei fini e uno dei meno nobili degli strumenti: un furto per dare a chi non potrebbe diversamente permetterselo – ma inesorabilmente anche a chi potrebbe permetterselo ma non ha voglia di pagare il prezzo – accesso ai risultati di ricerche che spesso, val la pena di scriverlo per inciso, sono finanziate con risorse pubbliche.

Ma un furto è un furto a prescindere dalle ragioni che spingono a rubare, ragioni che, magari, potranno incidere sulla punibilità del ladro o sulla gravità della pena ma non rendere lecito ciò che non lo è. Ed è accaduto così che, nelle scorse settimane, Elsevier e Springer Nature, due dei più grandi editori scientifici europei, hanno chiesto e ottenuto da un Giudice francese che ordinasse ai provider di telecomunicazione di bloccare l’accesso a Shi-Hub dal territorio francese, rendendo così inaccessibile la piattaforma e il suo contenuto. Leggi alla mano, impossibile dar torto ai due editori e, ovviamente, al Giudice.

La vicenda, tuttavia, impone di tornare a riflettere – e di farlo con urgenza – sulle regole che governano la pubblicazione e circolazione dei contenuti scientifici perché quelle attuali non appaiono né al passo con i tempi né compatibili con la società aperta del sapere – anche scientifico – nella quale le nuove tecnologie ci permetterebbero di vivere e nella quale, per questo, dovremmo forse avere l’ambizione a vivere.

Che non è – ed è bene ricordarlo – la società degli scrocconi, dei lettori a sbafo, del tutto gratis per tutti come spesso, strumentalmente, qualcuno suggerisce.

Il punto è interrogarsi – come troppo raramente accade – se un punto di equilibrio diverso esiste tra il diritto di un editore scientifico a chiedere legittimamente di essere pagato per la sua attività e il diritto della comunità scientifica ad accedere ai contenuti pubblicati dall’editore in maniera agevole e sostenibile anche sul versante economico.

Perché è inutile negare che l’attuale assetto delle cose qualche elemento paradossale lo suggerisce: un ricercatore scientifico – spesso sottopagato – con qualche briciola di finanziamento pubblico scrive un articolo che, se vuole far carriera accademica, deve poi riuscire a veder pubblicato su una rivista scientifica la quale – a prescindere da come ciò avvenga – a un certo punto pubblica l’articolo in questione per metterlo poi sotto chiave, rendendo così difficile o almeno costoso, per gli altri ricercatori accedervi.

Gli elementi sui quali riflettere sono parecchi:

(a) l’autore dell’articolo – il titolare dei diritti d’autore difficilmente, per non dire mai, viene pagato per davvero e, anzi, talvolta si ritrova addirittura a dover pagare posto che ha bisogno che il suo contributo finisca su quella rivista;

(b) i contributi scientifici contengono idee straordinariamente preziose mentre, dal punto di vista della forma espressiva – unico profili proteggibile alla stregua del diritto d’autore – normalmente sono piuttosto poveri perché la preoccupazione dell’autore non è intrattenere il pubblico ma comunicare il risultato della ricerca;

(c) la ricerca scientifica – non sempre ma spesso – è finanziata con risorse pubbliche ed è, per questo, ben strano che un ricercatore, cittadino di un Paese, o un’Università debbano pagare un prezzo per accedere a qualcosa di finanziato con risorse che sono anche sue;

(d) la ricerca scientifica è innanzitutto condivisione perché la quasi totalità delle scoperte si basa su precedenti scoperte.

Ce n’è abbastanza, probabilmente, per immaginare un approccio diverso al problema. Magari basterebbe passare dal “nessuna barriera sulla strada della scienza” del payoff di SHI-HUB a poche barriere o tante eccezioni, abilitando così un pubblico più ampio di quello attuale ad accedere e condividere i risultati della ricerca scientifica per produrne di ulteriori.

Dispiace constatare che la tanto discussa direttiva sul diritto d’autore, appena approvata dal Parlamento europeo, pur affrontando la questione della ricerca scientifica, lascia irrisolti nodi antichi come questo.

 


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