
Divieto di accesso alla ricerca scientifica (pirata) online. Giusto ma il problema esiste.
11 aprile 2019 alle ore 15:31•di MoVimento 5 Stelle
Shi-Hub è una piattaforma che, da anni, rende accessibili al pubblico gratuitamente centinaia di migliaia di articoli scientifici che i relativi editori pubblicano nelle loro riviste e distribuiscono a pagamento. “Rimuovere tutte le barriere sulla strada della scienza”, recita il payoff del sito. Senza troppi giri di parole e a dispetto degli ideali in stile Robin Hood dei suoi fondatori si tratta di una piattaforma pirata per la diffusione e condivisione del sapere scientifico.
Uno dei più nobili dei fini e uno dei meno nobili degli strumenti: un furto per dare a chi non potrebbe diversamente permetterselo – ma inesorabilmente anche a chi potrebbe permetterselo ma non ha voglia di pagare il prezzo – accesso ai risultati di ricerche che spesso, val la pena di scriverlo per inciso, sono finanziate con risorse pubbliche.
Ma un furto è un furto a prescindere dalle ragioni che spingono a rubare, ragioni che, magari, potranno incidere sulla punibilità del ladro o sulla gravità della pena ma non rendere lecito ciò che non lo è. Ed è accaduto così che, nelle scorse settimane, Elsevier e Springer Nature, due dei più grandi editori scientifici europei, hanno chiesto e ottenuto da un Giudice francese che ordinasse ai provider di telecomunicazione di bloccare l’accesso a Shi-Hub dal territorio francese, rendendo così inaccessibile la piattaforma e il suo contenuto. Leggi alla mano, impossibile dar torto ai due editori e, ovviamente, al Giudice.
La vicenda, tuttavia, impone di tornare a riflettere – e di farlo con urgenza – sulle regole che governano la pubblicazione e circolazione dei contenuti scientifici perché quelle attuali non appaiono né al passo con i tempi né compatibili con la società aperta del sapere – anche scientifico – nella quale le nuove tecnologie ci permetterebbero di vivere e nella quale, per questo, dovremmo forse avere l’ambizione a vivere.
Che non è – ed è bene ricordarlo – la società degli scrocconi, dei lettori a sbafo, del tutto gratis per tutti come spesso, strumentalmente, qualcuno suggerisce.
Il punto è interrogarsi – come troppo raramente accade – se un punto di equilibrio diverso esiste tra il diritto di un editore scientifico a chiedere legittimamente di essere pagato per la sua attività e il diritto della comunità scientifica ad accedere ai contenuti pubblicati dall’editore in maniera agevole e sostenibile anche sul versante economico.
Perché è inutile negare che l’attuale assetto delle cose qualche elemento paradossale lo suggerisce: un ricercatore scientifico – spesso sottopagato – con qualche briciola di finanziamento pubblico scrive un articolo che, se vuole far carriera accademica, deve poi riuscire a veder pubblicato su una rivista scientifica la quale – a prescindere da come ciò avvenga – a un certo punto pubblica l’articolo in questione per metterlo poi sotto chiave, rendendo così difficile o almeno costoso, per gli altri ricercatori accedervi.
Gli elementi sui quali riflettere sono parecchi:
(a) l’autore dell’articolo – il titolare dei diritti d’autore difficilmente, per non dire mai, viene pagato per davvero e, anzi, talvolta si ritrova addirittura a dover pagare posto che ha bisogno che il suo contributo finisca su quella rivista;
(b) i contributi scientifici contengono idee straordinariamente preziose mentre, dal punto di vista della forma espressiva – unico profili proteggibile alla stregua del diritto d’autore – normalmente sono piuttosto poveri perché la preoccupazione dell’autore non è intrattenere il pubblico ma comunicare il risultato della ricerca;
(c) la ricerca scientifica – non sempre ma spesso – è finanziata con risorse pubbliche ed è, per questo, ben strano che un ricercatore, cittadino di un Paese, o un’Università debbano pagare un prezzo per accedere a qualcosa di finanziato con risorse che sono anche sue;
(d) la ricerca scientifica è innanzitutto condivisione perché la quasi totalità delle scoperte si basa su precedenti scoperte.
Ce n’è abbastanza, probabilmente, per immaginare un approccio diverso al problema. Magari basterebbe passare dal “nessuna barriera sulla strada della scienza” del payoff di SHI-HUB a poche barriere o tante eccezioni, abilitando così un pubblico più ampio di quello attuale ad accedere e condividere i risultati della ricerca scientifica per produrne di ulteriori.
Dispiace constatare che la tanto discussa direttiva sul diritto d’autore, appena approvata dal Parlamento europeo, pur affrontando la questione della ricerca scientifica, lascia irrisolti nodi antichi come questo.
Commenti (13)
Giulio Bornacin
11 aprile 2019 alle ore 16:57Quando un ricercatore pubblica un lavoro scientifico, lo fa per divulgarlo, per far si che la ricerca su quel settore proceda ulteriormente (in realtà le pubblicazioni sono diventate il meccanismo a supporto delle carriere e dei concorsi dove il numero vince sulla qualità aprendo un altro, e più grave problema). Ritengo pertanto che tutte le pubblicazioni e le banche dati dovrebbero essere di libero accesso. Cosa diversa è un libro dove l'autore organizza e propone le proprie idee, una canzone od un film. In questo caso il lavoro per elaborare questi contenuti è finalizzato al commercio ed alle volte (film) può avere costi elevatissimi.
In questo secondo caso credo che i diritti d'autore debbano venir tutelati. Ci sono già gli strumenti legali per farlo.
Sul piano pratico temo però sia una battaglia persa in partenza. Le tecnologie permettono di copiare e riprodurre facilmente qualsiasi file. Sarebbe come voler far la guerra alle fotocopie. Temo non ci sia speranza e non sprecherei risorse per regolamentare una realtà non regolamentabile. Nel dubbio, credo sia più utile una libera, totalmente libera, circolazione di ideee e contenuti che un sistema di controllo che risulterebbe inevitabilmente troppo invasivo.
cordero
11 aprile 2019 alle ore 18:41la ricerca scientifica è innanzitutto condivisione perché la quasi totalità delle scoperte si basa su precedenti scoperte.
l'accesso ai risultati di ricerche scientifiche è una nota della Cultura di una civiltà. Indispensabile.
PROPOSTA: La pubblicazione deve essere concepita come l'uscita di una legge che viene pubblicata sul bollettino ufficiale dello stato.
Marco
11 aprile 2019 alle ore 19:33Nel paradosso generale si dimentica di dire che il ricercatore paga anche l’editore per vedere pubblicato il suo lavoro. Anche 2500 € di soldi pubblici per avere l’articolo Open Access con il fine che l’articolo sia maggiormente letto e quindi maggiormente citato aumentandone l’H index del ricercatore migliorandone il curriculum.
lucapas
11 aprile 2019 alle ore 20:20Tutte le scoperete e conoscenze scientifiche DEVONO essere pubbliche e facilmente fruibili a TUTTI. Ogni minima difficoltà nella reperibilità da parte di ciascuno, è un'occasione persa dalla società di disporre di un potenziale nuovo scienziato. Il diritto d'autore è un grandissima stronzata!
Rina Brundu
11 aprile 2019 alle ore 21:11Non è una questione strettamente legata a questo post, ma una delle cose che più mi fa incazzare è l’ignoranza con cui si tratta il “valore” e la “fatica che comporta il lavoro intellettuale, dunque anche di scoperta, scientifico. Se un operaio ha un incidente – un fatto terribile di per sé, un fatto che in un Paese civile non dovrebbe mai accadere, lo dico da orgogliosissima figlia di operaio – i più, anche per un falso senso di empatia, condannano la vicenda, esprimono simpatia, si schierano dalla sua parte, inveiscono contro il padrone sfruttare (o come diceva un mitico murale sardo a proposito di Gramsci “L’ana mortu se na piedade sos aguzzinos de su capitale ma non moridi sa sua eredidade), etc etc… Tutti concordano (a parte i sindacalisti italiani s’intende!) sul valore del suo lavoro, sul suo “costo”.
Pochi sanno tuttavia che anche il “lavoro” di Tesla, del grandissimo Nietzsche, di Eliot e di tantissimi altri, ha preteso molto da quegli “operai”…. Nella maggior parte dei casi infatti ha preteso la loro sanità mentale, li ha portati alla follia, a perdere il senso della realtà, tale era stato lo sforzo mentale sostenuto, sovente costringendoli anche alla povertà materiale… Però… però… questo non conta… e di fatto gli avvoltoi pseudo-intellettuali internettiani si sentono in dovere di sfruttarlo quel lavoro… a-gratis… tanto… che fatica comporta il pensare? Miserabili!
Ermes Dall'Olio
11 aprile 2019 alle ore 22:49Ben detto! Commento molto intelligente! A pensarci bene tutti quelli che inventano qualcosa con la parola "diritto d'autore" beccano molte critiche e pochi soldi, allora ... IDEA ... e se invece gli CAMBIAMO NOME e gli mettiamo la parola BREVETTO ? Qualcuno è andato a fare un giro all'Ufficio Brevetti e chiedere cosa costa brevettare qualsiasi innovazione in Italia, in Europa e nel mondo?????????? (Basta con le INVIDIE, io sono un operaio capace solo di stringere dei bulloni con una chiave inglese, non devo incazzarmi con Leonardo da Vinci o simili !!!)
Ermes Dall'Olio
11 aprile 2019 alle ore 22:35Qui c'è un problema GROSSO COME UNA CASA che con calma, pazienza e testa bisogna risolvere. MI SPIEGO: sul versante dell'informazione si è in migliaia a scrivere articoli e ancora di più a fare foto, se va bene le Super-testate giornalistiche possono arrivare a pagare 25 euro un "pezzo", mentre le foto che sono tantissime ... gratis! Seguendo il filo conduttore dell'articolo sopra indicato, tutti hanno il diritto di "sapere-gratis" e allora quelli che "informano" la gente perchè IL LORO LAVORO NON DEVE ESSERE PAGATO? Idea; e se tutti i procacciatori di notizie di cronaca, scientifiche o altro SMETTESSERO di lavorare gratis ... che facciamo? Paghiamo solo gli stipendi ai Politici oltre i 10.000 euro al mese? Paghiamo solo la 16° mensilità + premio ai Bancari? Finanziamo i giornali con milioni di soldi pubblici e quei soldi vanno in tasca SOLO a 3/4 persone del Quotidiano?
lucapas
12 aprile 2019 alle ore 00:16Intanto confondi la cronaca con la scienza, ma un giornalista o un fotografo possono comunque guadagnare in mille altri modi: scrivendo libri, organizzando incontri, concorsi, mostre ecc. ecc.. Insomma si deve dare da fare ogni santo giorno e così chi inventa. Non è che fai un brevetto e poi te la godi tutta la vita che ti rimane, devi continuare a lavorare come tutti.
Io faccio sempre l'esempio del falegname: realizza una sedia, tu la compri e finito lì. Non è che ogni volta che ti siedi gli devi pagare i diritti di realizzazione. E questo dovrebbe valere per tutti, nessuno escluso. Il falegname dovrà continuare a fare sedie fino alla pensione e così chiunque altro a prescindere da quanto sia bravo.
Ermes Dall'Olio
12 aprile 2019 alle ore 14:08Non vorrei ripetermi ma ammetto che è un problema di difficile risoluzione, può andare bene per certi versi l'esempio della sedia, ma non è il "lampo di genio" di chi ha inventato la gomma da masticare, il Jeans, o chi inventerà la cura per ridare la vista ad un cieco, ecc. Forse bisognerà fare categorie diversificate per non confondere Brevetti, Diritti d'Autore, Invenzioni, insomma qualcosa che conduca ad una giusta remunerazione ci vuole perchè anche se a qualcuno da fastidio noi umani NON SIAMO TUTTI UGUALI e quelli che sul posto di lavoro sono più bravi di altri DEVONO GUADAGNARE DI PIU'. (Condoglianze per i sindacalisti rossi ma è la triste verità)
maria s., ancona
12 aprile 2019 alle ore 00:12La cultura a pagamento, dall'informazione in tutti i settori, all'arte visiva, a quanto può essere diffuso on line. Lamentiamoci poi se la massa "ignora" e non capisce un ? e vota a ???
maria s., ancona
12 aprile 2019 alle ore 00:27Il diritto d'autore dovrebbe essere conteggiato "una tantum" (un paio di euro) nel contratto di connessione.
Chi offre la connessione, la riversa in un fondo che poi viene redistribuito, come fa la siae per la musica
e le pubblicazioni, a chi vi si iscrive quale professionista o editore. In Italia più di 43mil gli utenti Internet. Vietato vietare la diffusione on line.
Il Barone Zazà
12 aprile 2019 alle ore 08:51Io compro un libro o una rivista, poi dopo averla letta ricopio un capitolo o faccio una fotocopia.
La fatica del giornalista di divulgare concetti difficili va pagata, ma quante volte?
Quando andavo all'università, passato un esame potevo rivendere il libro usato?
Paganini veniva pagato per i suoi concerti, non per gli spartiti. Non vendeva mica i dischi?
Comunque qui si ripropone il tema della RAI:
è giusto che si paghi l'informazione?
io direi di sì, a condizione che sia divulgazione di fatti e non mistificazione e vendita di menzogne. Quindi se ci sono riviste che svolgono una funzione pubblica, allora le si mantenga pure con la fiscalità generale. Come accade per REPORT o per ULISSE sulla RAI.
Si apra un portale di divulgazione scientifica a spesa pubblica e si paghino pure i POCHI giornalisti che servono a spiegare in modo semplice i concetti e i POCHI traduttori per le diverse lingue europee.
Robert J.
12 aprile 2019 alle ore 18:26Ottimo il punto (a) in particolare — ne ho fatto l'esperienza con, appunto, la Springer: pagamento per un articolo: €0, prezzo per scaricarlo: €42.70. Insomma la pubblicità gratuita viene presentata come un favore da parte loro. Fate il conto: è stato scaricato da più di 300 persone.
Manca comunque un punto di riflessione importante: il monopolio assoluto di questi editori e gli abusi che ne derivano. La Springer, la Elsevier e altri sono a tutti gli effetti da mettere sullo stesso piano di Google, Bayer-Monsanto, Autostrade d'Italia, ecc., e si inseriscono nella logica del neoliberismo che fa della golosità una norma imprescindibile delle nostre società. [La biblioteca di un'università pubblica voleva farmi pagare €35,00 per scaricare un articolo pubblicato intorno al 1880 — si, nell'ottocento…]
Proprio per questo solo un cambio di coscienza “alla 5 stelle” ci potrebbe portare verso una soluzione — cioè (tanto per cominciare) smettendo di dare così tanta importanza ai monopoli da essere convinti di non poter farne a meno. Infatti esistono da alcuni anni delle associazioni di scienziati (finora informali, per quanto ne so) che si insorgono contro il presente stato delle cose. Ci sono anche delle riviste scientifiche, sopratutto nei studi umanistici, che si sentono in dovere di rilasciare gli articoli gratis.
Intanto, senza una soluzione praticabile al livello del pianeta (senza limitazioni geopolitiche di qualsiasi tipo), continueranno a prosperare i siti come Sci-Hub. Ricordiamo tutti i siti e metodi di scaricamento “illegale” che sono nati e sono stati chiusi nel corso dei decenni, per rinascere e continuare a espandersi mentre il Parlamento Europeo si sottomette alla cupidigia delle lobby di editori, mentre la Disney sta spingendo per estendere i diritti di autore a 100 anni, mentre continuano a succedere delle vicende come la spinta giuridica, qualche anno fa, che pretendeva vietare a un sito di rivendere CD usati.
