Report taroccati sui viadotti, i vertici di Autostrade sapevano

Per gli inquirenti i vertici di Autostrade sapevano. Erano consapevoli che i report su quei cinque viadotti erano taroccati. Non si tratterebbe, quindi, di iniziative prese da tecnici di livello medio-basso, ma saremmo di fronte a una strategia pianificata per massimizzare i profitti sulla pelle dei cittadini che viaggiano, prendendo in giro anche chi avrebbe dovuto vigilare.
Vedremo se le accuse saranno confermate, lasciamo naturalmente lavorare la magistratura in serenità e coltiviamo pure tutti i dubbi del caso. Ma l’inchiesta bis sui falsi report che riguardavano cinque ponti autostradali, nata dalle indagini sulla tragedia del crollo del Morandi, prende una piega che getta un’ombra ancora più inquietante sulla gestione di Aspi.
Tra gli indagati ci sono adesso Michele Donferri Mitelli, fino a poco tempo fa responsabile nazionale delle manutenzioni di Autostrade, e Antonino Galatà, amministratore delegato di Spea (la società controllata del gruppo Atlantia che si occupa delle manutenzioni).

L’indagine riguarda, come detto, cinque viadotti in stato di scarsa manutenzione: il ‘Paolillo’ in Puglia, il ‘Pecetti’ e il ‘Sei Luci’ sempre a Genova, il Moro sulla A14 e il Gargassa in A26.
Lo abbiamo sempre detto: al di là di vicende come questa, il sistema attuale delle concessioni autostradali non funziona e non garantisce l’interesse pubblico. E’ stato costruito e avallato dalla vecchia politica, connivente con certi potentati e legata ad essi a filo doppio da porte girevoli e flussi di denaro (magari anche legali, ma certamente non opportuni).

Un sistema che il nostro ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti, Danilo Toninelli, ha subito iniziato a rovesciare in tre mosse: prima pubblicando tutti gli allegati delle convenzioni con i “signori del casello”, documenti segreti fino all’estate scorsa, in cui erano celate le formule che hanno consentito a questi soggetti di accumulare extraprofitti tanto enormi quanto ingiustificati; in seconda battuta, modificando le regole e i parametri in base ai quali viene deciso il pedaggio e, dunque, la remunerazione dei concessionari rispetto ai loro investimenti e ai servizi che erogano; infine, impostando un lavoro scientifico di verifica effettiva dei criteri che i gestori usano per sorvegliare la sicurezza delle infrastrutture.

Lo Stato torna a fare lo Stato, il Mit fa controlli effettivi e non si fida più delle carte che il concessionario produce. Solo così si potranno evitare, in futuro, gli scenari inquietanti che questa inchiesta apre e si potrà garantire davvero la sicurezza dei cittadini. Solo così si potrà evitare un’altra Genova.

 

Il filone d’inchiesta sui cinque viadotti che nasce dalle indagini sul crollo del Ponte Morandi, e che coinvolge sia…

Pubblicato da Danilo Toninelli su Mercoledì 27 marzo 2019

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