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I finanziamenti pubblici ai giornali e chi minaccia la libertà di stampa

E così, se i giornali vanno in crisi e licenziano i giornalisti, la colpa sarebbe del Movimento 5 Stelle. Responsabile, perdipiù, di avere avviato “un regolamento dei conti con la categoria”. Lo dicono la Federazione nazionale della stampa (Fnsi) e l’Ordine dei giornalisti, ormai sul sentiero di guerra e pronti ad appoggiare “tutte le iniziative a sostegno” degli stessi giornalisti “e delle testate a rischio di chiusura”.

Proprio così, lo dicono e lo fanno prendendo a pretesto l’emendamento presentato in Senato dal capogruppo del MoVimento, Stefano Patuanelli, che punta a ridurre e progressivamente cancellare quella grande vergogna, fonte di sprechi, scandali e truffe che si sono rivelati in Italia i finanziamenti pubblici all’editoria.
Un emendamento sacrosanto, visto l’andazzo, ma che per i massimi rappresentanti degli organi di categoria nasconderebbe invece l’intento di “soffocare il pluralismo dell’informazione e di colpire il diritto dei cittadini ad essere informati”.

La verità è che il pluralismo e il diritto alla corretta informazione dei cittadini sono in Italia minati in radice da ben altre nefandezze. Come l’invadenza della politica nel mondo dei giornali e delle televisioni. E la presa mortale negli assetti proprietari delle testate da parte di gruppi economico-finanziari che tutto hanno a cuore meno quello di fare giornali autenticamente indipendenti, al servizio dei lettori e dei cittadini. La presa mortale di quei finanzieri, costruttori, padroni della sanità privata che da decenni vanno teorizzando che in Italia è impossibile fare imprenditoria se non si possiede un giornale. Per mettere sotto scacco la politica e il Parlamento, naturalmente, per condizionare gli eletti e magari mungere a loro piacere dal pubblico ogni sorta di appalto, sovvenzione e contributo per le loro altre intraprese di privati prenditori.

Ma questo, sindacato e Ordine dei giornalisti non lo dicono. Nonostante il tema dei conflitti di interesse che devastano e screditano i giornali sia per la nostra democrazia una patologia contro la quale cittadini e lettori reclamano da anni un intervento risolutore, magari limitando negli azionariati il peso dei soggetti economici che giornali e tv usano solo come mezzo di pressione.

Ecco, questo sì che mina il pluralismo in Italia. Producendo quella “dittatura del pensiero unico” che tende a bloccare ogni ipotesi di autentico cambiamento, ogni tentativo di invertire politiche che hanno messo in ginocchio il nostro sistema produttivo, favorito l’imprenditoria parassitaria e predona, riducendo in povertà milioni e milioni di italiani.

Ne riparleremo. E lo faremo nei prossimi giorni e settimane. Continueremo a raccontare che cosa sono stati e sono i finanziamenti pubblici all’editoria che il MoVimento 5 Stelle vuole abolire. Quanti sperperi, regalìe, scandali e truffe hanno prodotto. Quante centinaia di milioni hanno elargito ad editori che nel frattempo hanno sfruttato e sfruttano migliaia e migliaia di giornalisti pagati, grazie ad una legge infame sottoscritta dalla stessa Fnsi, quella del cosiddetto “equo-compenso”, solo qualche euro ad articolo. Migliaia di cronisti ridotti in condizione di estremo bisogno e schiavitù e che tuttavia consentono con il loro lavoro a questi “editori”, soprattutto a livello locale, di riempire decine di pagine ogni giorno e di mandare in edicola giornali che altrimenti non vedrebbero mai la luce. Cronisti ridotti spesso alla fame, ricattabili per bisogno dalla politica e dai potentati economici sui quali sono chiamati a scrivere. Cronisti alle dipendenze di quegli stessi editori che hanno munto e vorrebbero continuare a mungere i fondi della presidenza del Consiglio per fare ancora stati di crisi farlocchi, pensionare e licenziare altre centinaia di giornalisti.

No, signori dell’Ordine e della Fnsi, questo non si può fare. Il nostro sistema di informazione ha bisogno di disintossicarsi dalle pubbliche provvidenze, così come dai conflitti di interesse, se davvero vuole diventare competitivo per fare i buoni giornali, autonomi, indipendenti, credibili che i lettori vorrebbero. Ed è un cammino che, se volete, possiamo fare insieme. In Italia non abbiamo bisogno di un sistema di “partecipazioni statali” per foraggiare carta stampata, radio e televisioni. Quello che ci serve è un sistema nel quale possano tornare ad affermarsi editori puri che come unico obiettivo abbiano quello di fare giornali in grado di reggere le sfide del mercato. Giornali autenticamente indipendenti e nei quali i giornalisti siano pagati il giusto e non resi schiavi. Questo ci serve, se davvero abbiamo a cuore il pluralismo e la nostra democrazia informativa.


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