Puttane e sputtanati

di Gianluigi Paragone, giornalista e senatore

Evidentemente spiazzati dall’assoluzione di Virginia Raggi e dalla impossibilità di chiudere il film che avevano già preparato nelle riunioni di redazione, il problema ora sono le parole di Luigi e di Alessandro sui giornalisti.

Su tutti, lancia in resta, spicca Mario Calabresi direttore di Repubblica, quel giornale che ci ha messo qualche giorno prima di dire ai suoi lettori che il ponte crollato a Genova era gestito dalla società della famiglia Benetton. Quel giornale che potrebbe raccontare per bene ai suoi lettori le vicende del sistema bancario italiano, MontePaschi in testa ma che forse non lo può fare perchè negli elenchi dei debitori ci sono i De Benedetti.

Le grandi firme del giornalismo italiano hanno consumato il loro transito dall’estrema sinistra (ah, quanti di loro militavano nelle file dei gruppi extraparlamentari…) ai salotti buoni del capitalismo italiano. Ai salotti, se va bene. Non sarebbe giusto svelare ai propri lettori che il commentatore PincoPallino prende soldi come relatore o moderatore ai dibattiti curati dalla banca X o dal fondo Y? Guarda caso sempre gli stessi. Perché non facciamo una bella lista di giornalisti furbini che partecipano a pagamento alle convention di grandi gruppi finanziari?

Sveliamolo allora il marchettificio che c’è nelle redazioni! E chiediamo anche quanto gli editori pagano alle firme d’oro per commentare argomenti di cui non sanno nulla, come ho dimostrato nel caso del Tav, o di cui non hanno capito nulla come dimostrano le figuracce memorabili da Trump a Brexit, dal referendum costituzionale al voto del 4 marzo scorso.

Il vero giornalismo d’inchiesta lo fanno giornalisti spesso anonimi cui non viene riconosciuto il giusto valore. E nemmeno la manleva, cosicché i cronisti d’inchiesta si ritrovano soli nelle loro battaglie (con Primo Di Nicola ed Elio Lannutti abbiamo depositato un ddl proprio sulle querele temerarie). Il vero giornalismo lo fanno i colleghi costretti ad aprire una partita iva per lavorare, ed essere pagati a 60/90 giorni come i fornitori: i giornalisti che oggi si indignano e che fanno le anime belle perché non svelano questa miseria del giornalismo italiano?

Allora sì, vi sfido, cari colleghi: nel giornalismo ci sono tante puttane e ancor più sputtanati.

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