Processo Aemilia, una sentenza storica

di Maria Edera Spadoni e Giulia Sarti

Con il pronunciamento della sentenza di primo grado si è fatta la storia: sono ben 125 le condanne per il più grande processo contro la ‘ndrangheta nel nord d’Italia.

E’ una sentenza di grande importanza non solo per la nostra Regione ma per tutto il Paese. E’ stato fatto un immenso lavoro: ora dobbiamo continuare la battaglia per cacciare le cosche dalla nostra terra. Le condanne di oggi sono un segnale fortissimo ma non dimentichiamo che siamo al primo passo. Il processo Aemilia ha inchiodato una sola cosca ‘ndranghestista: in questi anni, mentre si celebravano i due processi, uno con rito abbreviato e l’altro, quello odierno, con rito ordinario, abbiamo compreso maggiormente come le mafie nella nostra Regione e qui in particolare la cosca Grande Aracri, spadroneggiava in tutti i settori di rilevanza economica.

La ‘ndrangheta è in grado di esercitare un controllo diretto sulle amministrazioni locali, sui dirigenti, sui politici del Partito democratico e di Forza Italia, su parte della stampa, addirittura su parte delle Forze dell’Ordine.

Ancora una volta un contributo fondamentale è venuto dai collaboratori di giustizia -Antonio Valerio e Giuseppe Giglio hanno permesso di capire dall’interno le dinamiche dei Grande Aracri e delle altre famiglie collegate- alla faccia di chi ancora oggi mette in dubbio l’impianto geniale voluto da uomini come Giovanni Falcone che permette di arrivare a colpire il cuore delle cosche proprio grazie a chi, avendo vissuto al loro interno, sceglie di collaborare con lo Stato per accedere a benefici penitenziari e trattamenti differenziati.

Per questo vogliamo inserire nel ddl anticorruzione clausole di non punibilità anche per i colletti bianchi che scelgono di collaborare e agenti sotto copertura che potranno intervenire anche per le ipotesi di reati contro la Pubblica amministrazione perché la corruzione oggi, rappresenta il nuovo metodo, il terreno più fertile per le cosche di accrescere il loro potere. Ogni singolo processo contro le mafie e le loro collusioni rappresenta un pezzo importante per ricostruire il “grande gioco del potere” fino a quando lo Stato sarà davvero in grado di prevenire e di spezzare ogni fenomeno mafioso e di illegalità.

Ringraziamo la Corte nella persona di Francesco Maria Caruso, Andrea Rat, Cristina Beretti, i pubblici ministeri Marco Mescolini e Beatrice Ronchi e il Pm antimafia Roberto Pennisi oggi alla Dna di Roma che seguì le indagini sin dall’inizio e tutti coloro che si sono spesi in questo processo dopo una vera e propria maratona giudiziaria che ha contato ben 195 udienze.

Un ringraziamento anche a quei coraggiosi giornalisti parte lesa in questo processo, pensiamo a Sabrina Pignedoli sempre presente durante il dibattito e a Gabriele Franzini, minacciati dalla cosca.

La ‘ndrangheta deve prender atto di non essere più la padrona del nostro territorio. Magistrati, Forze dell’Ordine, rappresentati delle Istituzioni e cittadini la vogliono debellare con forza. Se saremo decisivi per le ‘ndrine e per tutte le cosche non ci sarà più spazio.

Non possiamo perdonare coloro che con arroganza, ignoranza e sottovalutazione del fenomeno hanno permesso che la ‘ndrangheta si radicasse nella nostra terra. La sottovalutazione del fenomeno -durata per decenni a causa di una politica poco attenta che ha, fino a poco tempo fa, negato la presenza di un radicamento ‘ndranghetista- ha contribuito a far proliferare e ad ingrassare le mafie. Questo tempo è finito.


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