
La guerra in Yemen è un crimine contro l’umanità
28 novembre 2018 alle ore 10:55•di MoVimento 5 Stelle
Secondo il recente rapporto di Save the Children, sarebbero 85 mila i bambini morti in Yemen per la fame e le malattie causate dalla guerra che insanguina il Paese da tre anni. La denuncia dell'organizzazione inglese è solo l’ultima di una lunga serie su ciò che sta accadendo nel Paese. La coalizione a guida saudita che combatte contro i ribelli Houti, bombarda sistematicamente ospedali, scuole, mercati, infrastrutture e magazzini contenenti farmaci e alimenti.
Sono centinaia i casi comprovati di azioni militari in aree densamente popolate, che sembrano avere lo scopo di rendere la vita impossibile ai civili, seguendo la sinistra strategia che punta a mettere in ginocchio tutta la popolazione per sconfiggere il nemico.
L’ONU sostiene che 14 milioni di persone sono a rischio carestia. Con l’assedio del porto di Hodeidah, le importazioni alimentari si sono ridotte di oltre 55mila tonnellate al mese, e la quantità di cibo che entra nel paese riesce a soddisfare i bisogni solo del 16 per cento della popolazione.
Su questa guerra i mass media hanno calato un silenzio inquietante. Nel nostro Paese si sono dedicate prime pagine a qualunque cosa, ma di questo popolo in ginocchio nessuno sembra interessarsi. Di recente si è ricordato il conflitto yemenita dopo la morte della piccola Amal, la bimba malnutrita fotografata dal premio Pulitzer Tyler Hichs e pubblicata dal New York Times. Altri 85 mila bambini hanno fatto la fine di Amala nell’indifferenza generale. Un’indifferenza colpevole.
In Europa, nonostante tre risoluzioni del Parlamento europeo che chiedono un embargo sulla vendita di armi all'Arabia Saudita, le posizioni dei singoli Paesi sono diverse. Germania, Norvegia e Danimarca hanno annunciato nei giorni scorsi lo stop alle forniture militari, mentre la Francia ha dichiarato che non ci saranno ripercussioni nei rapporti bilaterali tra i due Paesi. L’Italia è tra coloro che vendono armi all’Arabia Saudita che è innegabilmente un Paese in guerra, nonostante esista una legge, la 185/90, che vieta esportazioni verso Paesi in stato di conflitto.
Si tratta di un tema molto delicato, su cui, tuttavia, non possiamo esimerci dall’intervenire. Luigi di Maio lo ha detto chiaro e tondo: bisogna smetterla di esportare armi a Paesi in guerra. Lo ha ribadito con forza il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, chiedendo alla Farnesina di verificare la regolarità delle forniture belliche italiane a Riad: siamo in attesa di una risposta. Come ha osservato il Sottosegretario agli esteri Manlio di Stefano, se la 185/90 è rispettata ma bombe italiane continuano a cadere in Yemen, evidentemente la legge o la sua applicazione non vanno e il Parlamento deve mettere mano alla materia, perché davanti ai morti civili non ci sono tecnicismi o valutazioni economiche che tengano.
È indispensabile intervenire, prevedendo maggiore controllo, fissare una diretta responsabilità politica delle decisioni e un ruolo più forte del Parlamento non solo di controllo, ma anche di indirizzo. Anche questo è il cambiamento che vogliamo e stiamo già lavorando in questa direzione.
Gianluca Ferrara - Commissione Esteri Senato
Commenti (4)
Flavia Donati
28 novembre 2018 alle ore 11:35In corso il G 20....ma io spero che NESSUNO OSI relazionarsi con il principe saudita che ha ordinato l' omicidio di un giornalista eseguito nel consolato saudita ad Istambul. ANZI dovremmo PARLARE su questo omicidio. INVECE sento molto silenzio! Armi ai sauditi? Affari con i sauditi?
ARCH. Shir akbari
28 novembre 2018 alle ore 12:50L'EMBARGO ECONOMICO FINANZIARIO CONTRO I PAESI NON ALLINEATI NON SERVIRÀ A CAMBIARE NULLA
Di certo non avrà alcun benefico effetto sui civili e non aiuterà le trattative di pace, otterrà, probabilmente, l’effetto inverso. In tutti questi Paesi l’embargo si è scaricato esclusivamente sui civili, che hanno patito e continuano a patirne, da soli, le conseguenze. In nessuno di questi Paesi il quadro politico è mutato, le sanzioni non hanno aperto la strada alla democrazia ma, al contrario.
L'embargo ha creato un mercato nero gigantesco a livello mondiale e quindi una serie di triangolazioni per far arrivare la merce nei mercati di questi paesi, ma la maggior parte della popolazione non può permettersi di comprare. Da questo la spaventosa svalutazione monetaria e l'inflazione che hanno colpito il ceto medio-basso allagando il fronte dei poveri, spesso anche in paesi potenzialmente ricchi e pieno di risorse naturali.
LO STRUMENTO DELL'EMBARGO E DELLA SVALUTAZIONE MONETARIA FUNZIONA SOLO CONTRO LA POPOLAZIONE
Giuseppe belotti
28 novembre 2018 alle ore 15:44Ma ditelo chiaro, non è "un tema molto delicato" è solo una questione di soldi e di "marchette".
La ministra Trenta vale come il "due di picche" e a lei, forse, non interessano più di tanto i morti civili (innocenti) anche se uccisi con bombe costruite in Italia, altrimenti avrebbe chiesto anche con più determinazione, maggiori garanzie alle industrie belliche del nostro bel paese.
Quello che conta è che gli italiani possano lavarsi la coscienza con i pochi denari che i lobbisti lasciano sul territorio.
La storia si ripete e noi (Movimento), ipocritamente, ci fingiamo indignati.
Maria D
29 novembre 2018 alle ore 19:35Quello che trovo schifoso più di tutto è l'atteggiamento dell'ONU nei confronti dell'Arabia Saudita.
Che io sappia, (vorrei che qualcuno mi smentisse), nessun documento ufficiale è stato sottoscritto e nessuna azione è stata intrapresa contro l'Arabia Saudita per lo sterminio dei civili in Yemen. Evidentemente "pecunia non olet", nessuno si mette contro uno dei Paesi più ricchi del mondo. L'ONU ama vincere facile, ha preparato nel 2016 il documento "Global compact" da far firmare ai Paesi Europei e all'Africa per gestire le migrazioni. Ha fatto bene Conte a non andare alla Conferenza intergovernativa di Marrakech il 10 e l'11 dicembre. Vuole voler vederci chiaro, da questi dell'ONU c'è da aspettarsi di tutto; noi come Paese dobbiamo tutelarci perché siamo i più esposti tra i Paesi europei perché vicini alle zone da cui partono i migranti.
