
Bruciare rifiuti è preistoria, riduzione e riciclo sono la vera rivoluzione
23 novembre 2018 alle ore 09:51•di Vito Claudio Crimi
Non c'è alcun "modello Brescia", né tanto meno un "modello Nord" da imitare. Brescia è diventata la "pattumiera d'Italia" anche grazie a chi ha voluto l'inceneritore in città.
Il "miglior impianto al mondo" - proclamato tale dai suoi costruttori - è stato attivato 20 anni fa con la promessa di bruciare al massimo 250mila tonnellate di rifiuti all'anno: lo hanno portato a bruciarne 800.000, più di quanto l'intera provincia sia in grado di produrne.
Costato centinaia di milioni, ha potuto reggersi in piedi negli anni grazie ai finanziamenti pubblici nascosti nelle bollette dell'energia elettrica (CIP6), riservati alle fonti di energia "assimilate" alle rinnovabili: soltanto tra il 1998 e il 2007, l'azienda gestore ex ASM (municipalizzata bresciana un tempo interamente partecipata dal comune) divenuta oggi A2A, ha percepito 430 milioni di euro dallo Stato (fonte: bilanci consolidati ex ASM). Pensate: solo nel nostro Paese un'azienda può permettersi di ingannare i cittadini spacciando i rifiuti come "energia rinnovabile" senza che il sindaco e la sua giunta muovano un dito.
All'inizio l'obiettivo era quello di aumentare la raccolta differenziata, ridurre il più possibile i rifiuti prodotti in città, abbassare le tariffe. L'azienda e le amministrazioni che si sono alternate negli anni hanno fatto l'esatto contrario: hanno rallentato la r.d. fino a farla quasi fermare e hanno spinto i cittadini a produrre ancora più rifiuti per sfamare l'inceneritore (con tariffe in continuo aumento), per giustificare la sua presenza e aumentare i profitti e i dividendi degli azionisti. In pochi ricordano la campagna "La meta è la metà" lanciata all'inizio degli anni 2000 per il raggiungimento del 50% di raccolta differenziata in città: nel 2016 la r.d. di Brescia era ancora al 44%. E mentre in tutta la penisola fioccavano esempi virtuosi di differenziate in grado di raggiungere punte dell'80, perfino 90%, a Brescia si inventavano le migliori scuse per rimanere al palo. Si è dovuto attendere fino al 2016 per vedere un finto "porta a porta" misto a cassonetti che a stento supera oggi il 60% di r.d.
In questi vent'anni i bresciani hanno dovuto dire addio alla loro ex municipalizzata ASM, fiore all'occhiello della città, per ritrovarsi oggi l'inceneritore di una multiutility da centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti che ancora frena i migliori propositi per un futuro davvero sostenibile ed ecologico. Oggi l'azienda ha materie prime gratis (i rifiuti li pagano i cittadini) e rivende l'energia che produce grazie a quei rifiuti (e i cittadini la pagano di nuovo): doppio profitto. E che dire del teleriscaldamento? Sotto la città, la rete chilometrica di tubi che porta calore ed elettricità nelle case dei cittadini ne disperde il 15% durante il percorso. Nessuna traccia di risparmio energetico e riduzione dei consumi. Eppure, di solito, prima di produrre energia ci si dovrebbe chiedere quanta ne serve davvero. A Brescia si sono "dimenticati" di farlo.
E questo sarebbe un modello? Altro che modello, è una catastrofe da evitare, assolutamente. È preistoria.
Costruire un inceneritore significa legarsi ad esso per lungo tempo, sottomettere il bene comune al profitto ad ogni costo che i privati ne vorranno fare. Esattamente com'è accaduto a Brescia. La spacciano come soluzione "immediata", ma non lo è affatto: per avviare l'impianto ci vuole tempo e una volta avviato deve funzionare per tanto tempo per rientrare dai costi. E sorpresa: un inceneritore non può esistere senza una discarica che ne contenga le scorie. Insomma, è una fregatura colossale.
Diranno: però bruciando i rifiuti produciamo energia. Vero, ma anche per produrre di nuovo i materiali bruciati occorre energia, e nuove materie prime. Così entriamo in un circolo vizioso senza uscirne più.
Riciclare i materiali post-consumo (termine corretto per indicare i rifiuti) arricchisce tutti. Incenerirli arricchisce solo le aziende che lo fanno. Chi incenerisce viene pagato per farlo. E se poi rivende l'energia che produce, ci guadagna il doppio.
Ogni volta che bruciamo materiali post consumo, stiamo fallendo, ha fallito la progettazione industriale. Progettiamo e produciamo oggetti senza curarci di che fine faranno: non esiste, purtroppo, alcun obbligo di progettare e studiare, fin dalla loro ideazione, un piano di riciclo e recupero per imballaggi e prodotti, che consenta di rimettere in circolo ogni loro minima parte senza produrre rifiuti.
C'è un'unica soluzione e si chiama Rifiuti Zero. Istituzioni, aziende e cittadini devono lavorare insieme per ridurre a monte i rifiuti prodotti e recuperare il più possibile quelli che rimangono, avvicinandoci sempre più al traguardo di zero rifiuti. Solo così riusciremo a sviluppare una vera economia circolare.
Non ci stiamo inventando niente: in Italia esistono realtà che si stanno già avvicinando al traguardo, con raccolte differenziate elevatissime, diminuzione costante dei rifiuti prodotti, amministrazioni sensibili e attente che favoriscono la diffusione di prodotti sfusi e senza imballaggi e applicano tariffe puntuali che premiano i cittadini virtuosi, nel principio di "meno rifiuti produci (e più differenzi), e meno paghi".
Commenti (7)
Rosa23 *****
23 novembre 2018 alle ore 10:09In generale, si era intuito da tempo che l'inceneritore ha la necessità di bruciare a pieno ritmo, per ammortizzare le spese e dare profitti agli azionisti. Ma come può essere possibile che una simile attività debba essere soggetta a profitti per i soci? Tutto questo è assolutamente assurdo.
Detto ciò, la Pianura Padana, altamente soggetta ad inquinamento dell'aria, ha collocati una decina di questi mostri. Ritengo che, come falsamente detto, Hera che serve molti comuni, non bruci qualsiasi rifiuto. E' vero che abbiamo cassonetti dedicati, ma dentro c'è di tutto e questi non credo proprio che separino i rifiuti, dopo averli raccolti.
Dovreste inviare ispettori e verificare come stanno veramente le cose. Ai cittadini non è dato sapere.
Rosa23 *****
23 novembre 2018 alle ore 10:11Mandate ispettori a verificare ciò che succede dentro agli inceneritori.
Va verificato che cosa bruciano e se la loro attività è conforme alle dichiarazioni che raccontano ai cittadini e nel caso, vanno chiusi.
Alessandro A., Trieste
23 novembre 2018 alle ore 11:09Bell' articolo, molto più completo dei precedenti. Sarebbe interessante capire a quanto ammontano i contributi cumulati per l' energia da fonte 'rinnovabile' rifiuti. Cosa si sarebbe potuto fare con gli stessi fondi per il ciclo dei rifiuti?
In Campania per esempio mancano quasi del tutto gli impianti per la lavorazione della frazione umida differenziata...è chiaro che manchi più di qualcosa alla filiera.
Riporto un estratto con alcuni dati emblematici sugli incentivi Cip6...
"Nel 2006 gli inceneritori hanno ricevuto dal GSE 1.135,9 milioni di euro contro i 223,8 del geotermico, i 202,6 dell’idroelettrico, i 195,8 dell’eolico, e gli 0,04 del solare. A questi vanno aggiunti gli incentivi forniti alle fonti “assimilate”: 2179,8 milioni ai rifiuti dei cicli industriali e 2181,7 ai combustibili fossili. In totale su 6119,8 milioni di euro versati dallo Stato come “contributo alle fonti rinnovabili di energia”, solo 622 milioni sono andati a solare, eolico, geotermico e idroelettrico, pari a poco più del 10% (fonte GSE FISE Assoambiente). "
https://www.educambiente.tv/Cip6.html
Il teleriscaldamento non è sbagliato in sè, a patto che sia correttamente incentivato PRO risparmio energetico complessivo e PRO abbassamento della produzione di particolato da impianti domestici, soprattutto in Pianura Padana.
Antonio
23 novembre 2018 alle ore 12:42prova
prova
prova
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maurizio
23 novembre 2018 alle ore 15:36Bravo Crimi tutto vero rendiamolo noto!!!
Valeria vaiano
23 novembre 2018 alle ore 17:41penso che la realizzazione di piccoli e diffusi impianti di compostaggio che interessino realtà territoriali corrispondenti alle nostre province sia la soluzione migliore consentendo anche una maggiore responsabilizzazione dei cittadini. La convenienza di questi ultimi con sconti in bolletta rapportati alla capacità di differenziare è un incentivo indispensabile, come sperimentato da tempo nel comune campano di mercato San Severino.
saedi
24 novembre 2018 alle ore 16:39OT? “Non è facile fare “piazza pulita” nell’universo degli oggetti. Sembra sia più facile produrre un oggetto che farlo scomparire”
Tomas Maldonado, La speranza progettuale, pag. 79, 1971