Bill Emmott e il governo del cambiamento che va difeso in Europa

L’ex direttore dell’Economist Bill Emmott non è certo un sostenitore del Governo del Cambiamento. Se il suo magazine nel 2001 con una famosa copertina definiva Berlusconi “inadatto” a governare l’Italia, all’inizio di quest’anno lo stesso Emmott si augurava una vittoria di Berlusconi alle ultime elezioni politiche. Invece il 4 marzo gli italiani hanno mandato a casa il sistema dei partiti e delle lobby che ha distrutto il Paese: con la Manovra del Popolo, intendiamo restituire all’Italia la crescita, la speranza e l’equità sociale che anni di austerità dei “tecnici” avevano negato. In questo articolo pubblicato su “Project Syndicate” persino Emmott è costretto ad ammetterlo: la Manovra del Popolo è giusta e va difesa, ed è l’Europa che invece dovrebbe cambiare. A differenza di Emmott, però, non concediamo nemmeno il minimo credito a chi come Monti e Prodi ha difeso il sistema dei tecnocrati e ribadiamo che il reddito di cittadinanza, gli investimenti, il superamento della legge Fornero e tutte le riforme della Manovra riporteranno l’Italia a crescere.

di Bill Emmott

In Europa, quasi nessuno spende una buona parola sull’ultima coalizione italiana di governo, che comprende il populista Movimento 5 Stelle e il partito nazionalista della Lega. L’unico disaccordo è tra coloro che vogliono penalizzare l’Italia immediatamente per aver sfidato le regole di bilancio dell’eurozona e quelli che sono disposti a ritardare la punizione, o almeno a gestirla più lentamente. Ma ecco un’idea: perché non evitare la punizione completamente e dare al governo italiano una possibilità?

Il motivo non risiede nel fatto che la coalizione sia particolarmente simpatica. Non lo è. Il MoVimento 5 Stelle si prende il disturbo di insultare e minacciare i giornalisti critici, e la Lega denigra gli immigrati e i tampina i sindaci che mostrano ospitalità verso i richiedenti asilo che hanno rischiato la vita attraversando il Mediterraneo.

Tuttavia, ci sono buone ragioni per riservarsi il verdetto sul governo. Dopo tutto, è appena nato, è popolare a livello nazionale, è in realtà in una posizione favorevole per fare qualcosa di buono, e sta sfidando le regole fiscali che dovevano essere comunque riformate.

Sì, la coalizione MoVimento 5 Stelle/Lega è chiassosa e repellente. Sotto la guida de facto della Lega di Matteo Salvini, il Ministro degli Interni, ha un talento nell’infastidire allo stesso modo i critici nazionali e stranieri ogni giorno. Ma mentre già sembra che i populisti italiani siano da sempre sulla scena, vale la pena ricordare che il loro governo ha appena sei mesi.

Nessun governo dovrebbe essere giudicato così rapidamente a meno che le sue azioni (non solo le sue parole) siano così imprudenti da mettere in pericolo la Costituzione, la sicurezza o la stabilità del paese. La coalizione MoVimento 5 Stelle/Lega non l’ha ancora fatto. Ciò che ha fatto è proporre un bilancio annuale che comporti un disavanzo del 2,4% del PIL nel 2019 – che supera di circa tre volte il deficit proposto dal precedente governo, ma che è difficile definire enorme rispetto agli standard internazionali.

Come previsto, la proposta di bilancio ha attirato l’attenzione della Commissione europea, che potrebbe aprire la sua prima “procedura per disavanzo eccessivo” contro uno Stato membro. Ma il governo sta principalmente proponendo un aumento della spesa pubblica e sussidi per un taglio fiscale destinato a mantenere le promesse elettorali dei partiti che lo compongono. Tali misure possono rivelarsi inutili o inefficaci, ma non salgono al livello di essere considerate spericolate.

Inoltre, a differenza di molti nuovi governi, la popolarità della coalizione MoVimento 5 Stelle/Lega è cresciuta da quando sono arrivati al potere. Insieme, i due partiti hanno più del 60% dell’appoggio degli elettori italiani. Questo successo potrebbe non durare, ma non può essere ignorato.

E mentre una parte della popolarità della coalizione è dovuta al sostegno per posizioni politiche poco attraenti – vale a dire, la posizione anti-immigrati dei partiti al governo e lo scontro con l’UE – esso riflette anche il desiderio degli elettori di avere uno Stato sociale modernizzato. Un’interpretazione indulgente dell’obiettivo della coalizione è che sta perseguendo un sistema modellato sulle efficaci misure di “flexicurity” lanciate dalla Danimarca. (E, certamente, tagli alle tasse e aumenti delle pensioni non sbagliano mai con gli elettori).

Per essere chiari, il “reddito di cittadinanza” proposto dal MoVimento 5 Stelle sarà decisamente difficile da implementare. L’idea è di concedere un pagamento mensile di 780 euro a coloro che attivamente sono alla ricerca di un lavoro e di registrare e accompagnare i beneficiari per i centri di lavoro locali (come nel modello danese). Il problema è che l’amministrazione pubblica locale italiana è notoriamente inefficace, specialmente nel Sud, dove la disoccupazione è più alta.

Eppure, anche se ci sono buone ragioni per essere scettici sul piano, è comunque un passo nella giusta direzione. Potrebbe essere necessario un decennio per verificarne la sua fattibilità e ottimizzarne l’implementazione. Ma è arrivato il tempo che un governo italiano abbia almeno avviato il processo.

Il bilancio del governo nel suo insieme dovrebbe essere considerato con lo stesso spirito. Gli economisti indipendenti hanno sicuramente ragione nel dire che non daranno l’impulso alla crescita promesso dalla coalizione. Anche se il bilancio portasse un ampio spreco di denaro, questo non equivale a un tentativo focalizzato di stimolo.

Ma, piuttosto che rischiare una vera e propria crisi respingendo la manovra italiana del 2019, la Commissione europea farebbe meglio a spingere per riforme strutturali più mirate nel 2020, dopo che le parti della coalizione avranno rispettato le loro promesse elettorali. Mentre tassi di interesse più elevati sul debito pubblico italiano e uno scontro con l’UE potrebbero portare a una recessione e persino a un disastro – se scatenano minacce di un “Italexit” dall’euro – un approccio più accomodante potrebbe evitare il peggio.

Tra le principali debolezze economiche dell’Italia ci sono i suoi livelli storicamente bassi di investimenti pubblici e le sue scricchiolanti infrastrutture, come dimostra il tragico crollo in agosto del Ponte Morandi a Genova. Sfortunatamente, la coalizione è attualmente divisa sulla spesa per le infrastrutture. Mentre la Lega continua a spingere per più treni ad alta velocità e nuove strade, alcuni nel MoVimento 5 Stelle rimangono in balia di un’ideologia anti-capitalista e anti-sviluppo. Questa impasse deve essere rotta, sia all’interno della coalizione o attraverso una nuova elezione nel 2019, se necessario.

Nel frattempo, i restanti 18 Stati membri dell’eurozona dovrebbero valutare se il Fiscal compact del 2012, che hanno forgiato nel pieno della crisi del debito sovrano dell’euro, debba essere rivisto. Mario Monti, all’epoca il primo ministro italiano, ha a lungo insistito affinché gli investimenti di capitale fossero trattati in modo diverso rispetto alle spese correnti, in modo che Paesi come l’Italia possano ancora perseguire la disperata spesa infrastrutturale.

Il consiglio di Monti dovrebbe essere seguito. E mentre i governi dell’eurozona stanno discutendo il tema, essi farebbero bene a essere tolleranti verso il governo italiano. Un altro ex primo ministro italiano, Romano Prodi, ha definito “stupido” il patto di stabilità e crescita dell’UE. Forzare uno scontro con il più populista e popolare governo della zona euro in nome di regole antiquate e troppo rigide sarebbe davvero stupido.

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