La demofobia: quella costante avversione alla partecipazione popolare nella storia dell’idea occidentale di democrazia

Già nel 400 a.c. ci si scandalizzava della partecipazione popolare nelle decisioni su cosa fosse giusto o sbagliato, bello o meno bello. Il teatro di Siracusa fu il primo esempio di questa intellighenzia scandalizzata del fatto che il popolo potesse dare il proprio apprezzamento a un opera lirica con il proprio applauso. Era la teatrocrazia.

Per fortuna il fatto che i potenti si scandalizzino della partecipazione del popolo alle decisioni della collettività non ha mai frenato il processo di partecipazione. Come oggi è normale applaudire ad uno spettacolo, diventerà presto normalità la cittadinanza digitale partecipata.

di Massimo Di Felice*

Esiste una latente contraddizione ed un vero e proprio paradosso all’interno della storia della democrazia in Occidente: l’esclusione della partecipazione diretta della popolazione ai processi decisionali.

Finanche nella antica Grecia, alle origini della civiltà occidentale, quando l’idea di democrazia ha visto la sua prima versione, la partecipazione popolare nei diversi ambiti della vita pubblica non solo non era considerata un presupposto irrinunciabile ma era spesso avversata esplicitamente da filosofi e politici. In seguito alle attività di voto, iniziate a Siracusa durante le rappresentazioni teatrali, per eleggere – attraverso il conteggio delle mani alzate del pubblico – le migliori tragedie e le migliori performance musicali, Platone fu uno dei primi a denunciare, in un passo delle “Leggi”, tale avvenimento descrivendolo come una minaccia alla stabilità politica della polis. Se un tempo le rappresentazioni e le esecuzioni musicali erano giudicate da persone competenti, nella nuova formula delle siracusane, secondo il filosofo ateniese, al contrario, era il pubblico a prendere la parola e ad eleggere le migliori esecuzioni provocando un impoverimento del giudizio e la conseguente decadenza dei valori: “Il pubblico del teatro da muto è divenuto parlante, come se potesse capire ciò che nell’arte è bello e ciò che no, invece che un’aristocrazia nella musica abbiamo una miserabile teatrocrazia” (Platone)

La teatrocrazia e la critica alla partecipazione del popolo e alle sue opinioni (δοχα) sará un argomento chiave della filosofia politica platonica tesa alla promozione della verità metafisica completamente sconosciuta alla plebe.
Contro la teatrocrazia e la partecipazione popolare Platone creerà la Repubblica, comandata dai filosofi, difesi dai guardiani e alimentata dal lavoro dalla popolazione, da lui considerata portatrice di falsità in quanto accecata dalla inautenticità del mondo apparente.

Piú che un eccesso della radicalità del pensiero dell’aristocratico filosofo ateniese, l’avversitá verso la teatrocrazia e verso la partecipazione attiva della popolazione alla vita pubblica avrá una lunga storia in occidente che passerà i secoli e arriverà fino ai nostri giorni. Così, in epoca medievale, la Chiesa Cattolica Romana si impegnò a proibire alla popolazione la lettura dei testi della Bibbia e a bruciare in piazza i libri considerati pericolosi. Nulla poté, in seguito, dinanzi alla nuova tecnologia creata da J. Gutenberg che permetteva l’impressione e la rapida duplicazione di libri e testi. Il popolo, considerato allo stesso modo incolto e incapace, andava educato e difeso dai pericoli e dalle eresie.
Anche in epoca moderna, superato l’oscurantismo medievale e avviati i processi democratici nell´ Europa post illuminista, l’atteggiamento elitista e la concezione paternalistica che vedeva la massa incolta e incapace di decidere autonomamente e bisognosa di una guida e di una “etero-conduzione”, si possono ritrovare presenti nell´idea di partito sviluppata da Lenin, inteso come l’avanguardia rivoluzionaria, nato con la funzione di guidare e “dirigere” le masse alla rivoluzione.

Con l’avvento degli stati nazionali e della democrazia di massa le cose non cambiano. Esiste un filo che lega le convinzioni di Platone, che considerava il popolo portatore di ogni male, disprezzando ogni sua manifestazione, e le posizione di J. Ortega Y Gasset, il quale, nel celebre “La ribellione delle masse”, critica la società dei media e l’avvento di una cultura di massa auspicando un ritorno al potere delle elite colte e capaci. Nella stessa direzione vanno gli argomenti di G. Le Bon descritti nel suo trattatto di pscicologia delle folle “La folla é un gregge docile e incapace di vivere senza un padrone. E’ talmente desiderosa di obbedire che si sottomette instintivamente a colui che le si pone a capo”. Gli stessi pregiudizi sull’incapacità di autodeterminazione e lo stato di alienazione delle masse, fondano il presupposto teorico dell’idea di alienazione moderna, analizzato da T. Adorno e M. Horkheimer.

La lista dei nemici della partecipazione diretta della popolazione ai processi di decisione è lunga e passa attraverso le diverse epoche della storia d’occidente assumendo, cosi, più che le caratteristiche di una contraddizione o di una anomalia, quelle di una vera e propria contraddizione costante.
Oggi, con l’avvento delle reti digitali, la contraddizione che oppone l’idea di democrazia alla partecipazione popolare diretta si ripropone e nuovi Platoni e nuovi inquisitori scomunicano le forma di accesso on line e la dislocazione dei processi di decisione nelle piattaforme digitali dove, i cittadini connessi, senza più mediazioni, possono esprimersi, discutere, legiferare e decidere in rete.

*Massimo Di Felice é docente presso l’Università di S. Paulo USP in Brasile e direttore del centro di ricerca internazionale Atopos. Da diversi anni studia reti digitali ed é autore di diversi articoli scientifici e libri tradotti in diversi idiomi. In Italia ha recentemente pubblicato Net-attivismo dall’azione sociale all’atto connettivo Edizioni Estemporanee.


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