Ecco la nostra risposta a La Repubblica circa il programma economico del MoVimento 5 Stelle

Di seguito la lettera di Lorenzo Fioramonti, economista, candidato al collegio uninominale dal MoVimento 5 Stelle, al direttore del quotidiano La Repubblica, Mario Calabresi.

di Lorenzo Fioramonti

Egregio Direttore,
ringraziando il suo giornale per l’opera di verifica e di pungolo sulla tenuta finanziaria del programma del M5S, e augurandoci che lo stesso puntiglioso vaglio venga operato sulle coperture ben più fantasmagoriche e, quelle sì, strampalate delle altre proposte politiche in circolazione, sottolineiamo innanzitutto come la disputa contabile si trasformi in esercizio miope ed arido, se si dimentica che i numeri devono sempre essere messi al servizio di una visione e di un cambio di paradigma, di una nuova idea di crescita e di progresso che solo il M5S ha la credibilità, direi ormai storica, per perseguire.

Sperando di trovare in futuro più spazio nelle sue pagine su questi temi epocali, veniamo comunque agli appunti finanziari che due recenti articoli segnalano diffusamente rispetto alle nostre proposte.

Per prima cosa contestiamo il costo complessivo di 125 miliardi da voi citato, perché ampiamente basato su valutazioni non proprio attendibili. Con tutto il rispetto per valenti economisti come Daveri e Baldini, Istat calcola un esborso annuo di 15 miliardi per il Reddito di cittadinanza, in linea con la nostra previsione. E ci concederà che Istat fa comunque un po’ più testo.

La riforma dell’Irpef del M5S costa invece poco oltre 13 miliardi, ma comunque Repubblica non considera che noi riassorbiamo in essa gli 80 euro che ci danno quasi 10 miliardi di coperture già pronte. Così come i suoi esperti cronisti e commentatori trascurano che nei 17 miliardi annui a regime in più previsti per il welfare familiare, includiamo i 2,5 miliardi già strutturalmente destinati al Rei. Si tratta di “dimenticanze” non di poco conto, al netto delle altre cifre su cui non c’è accordo. Per esempio circa la riforma Fornero: noi la superiamo, certo, ma senza tornare al sistema previgente, come riferito dal suo giornale. Ricordiamo che gli “scalini” sulle soglie di accesso alla quiescenza della riforma Maroni del 2008, partivano da 58 anni più 35 di contributi, tanto che si parlava a regime di quota 95 e 96. Non quota 100, come ipotizza il M5S. E fa differenza.

Veniamo quindi alle grandi voci che riguardano le coperture.

Cominciamo con il precisare che su un programma che, a grandi linee, costa a regime 75-80 miliardi annui, circa 33 miliardi di risorse rinvenute dal M5S (dunque una cifra che si avvicina alla metà dei costi) sono confortate dal riscontro di istituzioni terze: parlamentari, statistiche o di governo. Infatti ai 17 miliardi coperti per il Reddito di cittadinanza (ci sono in più 2 miliardi per i Centri per l’impiego), che corrispondono, come detto, alla stima Istat e hanno superato il vaglio di ammissibilità delle Commissioni Bilancio delle Camere ogni anno per cinque anni (nel momento in cui abbiamo presentato la misura sottoforma di emendamento alle leggi di Stabilità prima e Bilancio poi) si aggiungono oltre 16 miliardi di tax expenditures e sussidi/trasferimenti alle fonti energetiche fossili che ci sono state segnalate dal ministero dell’Ambiente, quindi una fonte al di sopra di ogni sospetto. Basti segnalare in tal senso che ci sono oltre 10 miliardi di sconti soltanto sulle accise che riguardano i carburanti.

Qualche categoria produttiva potrebbe avere da ridire? Noi rispondiamo che ripensare qualche spesa fiscale, spesso poco organica e di stampo elettoralistico, ci seve per togliere dall’altra parte 13 miliardi di Irpef e almeno 12 miliardi di Irap. Una manovra da non meno di 25 miliardi all’anno. E poi il M5S non revoca delle tax expenditures per aumentare il prelievo fiscale o per ottemperare alle regole dell’austerity: semplicemente esse vengono spostate da settori meno produttivi e più dannosi a settori più sostenibili e che danno tra l’altro migliore crescita e benessere. La Corte dei conti, nel 2016, aveva individuato ben 799 voci di sconto o esenzione fiscale, per un valore complessivo di 313 miliardi. Spostarne 40 miliardi è una bella sfida, certo, ma non impossibile per il governo di una forza politica con le mani libere.

Per quanto riguarda il piano Cottarelli, è vero che l’ex commissario parla di 34 miliardi a regime e lordi e che alcuni tagli potrebbero essere considerati non equi dal M5S. Ma dall’altra parte, specularmente, anche i costi che abbiamo considerato, ad esempio, per le assunzioni di nuovo personale pubblico sono lordi e non tengono conto di quanto torna allo Stato sottoforma di tasse e contributi (e consumi). La partita di giro vale in entrambe le direzioni.

Per quel che concerne infine il deficit e il dialogo con la Ue, è proprio partendo dai tagli agli sprechi e dalla bontà dei nostri obiettivi di spesa per investimenti che avremo la credibilità per convincere Bruxelles che ridurre il disavanzo e il debito ha senso soltanto se il debito stesso diventa sostenibile grazie a una migliore crescita. In fondo, è quello che pensano anche tutti i maggiori investitori internazionali. Dunque, andrà aperto un ragionamento sulla necessità di espungere dai parametri almeno gli impegni in conto capitale che faranno ripartire le imprese, il lavoro e, di conseguenza, il Paese.

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