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Il declino e fuga dalle università sono ad un punto di non ritorno. Devono essere arrestate. Servono atti concreti che diano senso e valore agli atenei e all’impegno degli studenti.

Il M5S ha pensato a quattro mosse chiave:

1) Riduzione della tassa d’iscrizione all’università, con particolare attenzione per le tante famiglie con reddito medio-basso, e l’istituzione di una “no tax area” – cioè zero tasse d’iscrizione per chi è in serie difficoltà economiche.
2) Basta sbarramenti in accesso alle facoltà senza aver verificato le capacità degli studenti.
3) Togliere il precariato dalla ricerca. Nella nostra proposta reintroduciamo il concorso nazionale.
4) Ricambio generazionale dei docenti, il cosiddetto turnover.

Con queste proposte gli studenti italiani torneranno ad amare l’università. Ogni cittadino, se meritevole, deve avere la possibilità di raggiungere i gradi più alti di studio.
Carlo Sibilia

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tratto da L’università in declino: studenti in fuga e tasse sempre più alte di Giacomo Galeazzi e Ilaria Lombardo, da La Stampa – leggi l’articolo integrale

Nel Sud Italia si laurea meno del 20% dei giovani, numeri che in Puglia e Sicilia si fermano al 14%, esattamente quanto l’Indonesia e il Sudafrica. Per capire la malattia che ha svuotato le aule universitarie in tutto il Paese si può partire da tante angolazioni: la crisi, il lavoro che langue, lo scarso appeal delle lauree tradizionali o l’affermarsi di corsi alternativi più professionalizzanti. Tutto vale. Ma quello che forse ha pesato di più è il decennale disimpegno dello Stato. Negli ultimi anni tutti i premi Nobel per l’economia hanno insistito su un concetto: per uscire dalla crisi senza le ossa rotte bisogna investire in istruzione. Bene, è esattamente quello che l’Italia non ha fatto. Dal 2008, anno di inizio della crisi economica globale, il nostro Paese ha ridotto il finanziamento pubblico alle università, che otto anni fa era di oltre 6 miliardi, del 22,5%. In Germania è cresciuto del 23%. Contemporaneamente, in Italia, sono crollate le immatricolazioni: dal 2004 si sono perse 66 mila matricole, circa il 20% in meno, di fronte al quale quel +1,6% registrato dal rapporto Anvur quest’anno è ben poca cosa. Un diplomato su due non continua gli studi. E non è soltanto colpa della demografia, perché al netto della scarsa natalità, la quota di matricole 19enni è passata dal 57% al 46%.
Quali sono i motivi di questa fuga? “a incidere di più è stato il combinato disposto di crisi economica e aumento delle tasse universitarie che in Italia è stato il più alto d’Europa“. Gianfranco Viesti, ordinario di Economia a Bari, è l’autore de “L’Università in declino“, indagine pubblicata quest’anno con la Fondazione Res. Partendo dal Sud, Viesti ha approfondito le ragioni di quel dato che definisce «catastrofico» che ci inchioda all’ultimo posto in Europa per numero di laureati: il 23,9% degli under 34 contro una media Ue del 37%. Anche la Romania fa meglio di noi (25%). Con queste cifre l’Italia, impossibilitata a raggiungere entro il 2020 l’obiettivo europeo del 40% di laureati, ha dovuto ridimensionare il traguardo al 26%. È l’ammissione di un fallimento.
L’Italia ha fatto il contrario di quello che andava fatto – continua Viesti – aumentando le tasse mentre tagliava risorse al diritto allo studio“. Ne sa qualcosa Lorenzo Guastalli, classe 1991, studente di ingegneria a Pisa che da un anno all’altro si è visto scippare la borsa di studio. Colpa del nuovo Isee, l’ indice della situazione economica familiare che dal 2015 include nel calcolo anche il patrimonio immobiliare. “Mio padre è cassintegrato, mia madre non lavora. Però hanno rivalutato il nostro appartamento manco fosse una casa di lusso. E così ho perso la borsa di studio, anche se il mio Isee è rimasto bassissimo, ben sotto la soglia richiesta dei 20 mila euro“. Come Lorenzo altri 30 mila hanno perso la borsa di studio. Qualcuno non ha resistito, però, come ha fatto lui, e ha abbandonato gli studi.
Il diritto allo studio in Italia è sempre meno un diritto. Ed è il punto debole del sistema. L’impoverimento progressivo delle famiglie non ha avuto compensazioni per tutelare la crescita culturale dei figli: borse di studio, alloggi, mensa, trasporti e servizi allo studente. Dall’inizio della crisi molti Paesi europei hanno potenziato le risorse destinate agli studenti bravi ma privi di mezzi, l’Italia no. Da noi i borsisti sono scesi del 9%, in Spagna sono aumentati del 55%, in Francia del 36%, in Germania del 32%. In Italia solo il 12% beneficia della borsa. In Francia è il 25,6%.
Le percentuali confermano che l’università è sostenuta da sempre meno risorse pubbliche. Anche perché l’Italia dal 2005 ha aumentato le tasse universitarie del 50%, passando da una media di 736,91 euro a 1.112 euro.


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