paolo de gregorio
15 aprile 2005 alle ore 19:50UN CALCIO ALLA VIOLENZA:da tifosi sudditi a sportivi protagonisti
Il calcio di oggi non è più uno sport. Di esso si è impossessata la classe capitalistica che ne ha fatto un'industria globalizzata, senza anima, che ragiona in termini di fatturato, diritti televisivi, compravendita della merce "carne da pallone", visibilità e ambizione personale, anche di tipo politico, che ha portato a prevalere stabilmente solo quelle squadre (del Nord) che hanno alle spalle personaggi e capitali capaci di acquistare i migliori giocatori del mondo, che hanno i propri dirigenti inseriti nei posti chiave della Federazione e della Lega, che governano un campionato che può essere vinto da 3 o 4 squadre.
Mano a mano che questi interessi si facevano negli anni più importanti, si è affermato e diffuso l'uso di sostanze dopanti che non è stata personale iniziativa di questo o quel giocatore, ma metodica normale di staff medici pagati dalle società, come si evince chiaramente dalle inchieste del dott. Guariniello, e che tanti lutti hanno provocato tra le file di ex giocatori.
Una bella attività sportiva è stata piegata alle esigenze affaristiche, ha adottato metodiche dopanti criminali, forse aiutata dal fatto che i suoi massimi dirigenti, i presidenti appunto, come Tanzi, Cragnotti, Berlusconi, per parlare solo della stretta attualità, frequentano i tribunali come imputati.
Altro fenomeno aberrante, inesistente prima della calata delle Tv e dei grandi capitali, è quello degli "ultras", fenomeno di estrema destra, tollerato e finanziato dai Club, che ha portato negli stadi atmosfere intolleranti e turbolente e ha fatto delle trasferte al seguito della propria squadra operazioni di tipo militare con annessi vandalismi e devastazioni. Costi e problemi scaricati sulle tasche dei contribuenti.
Questa situazione ha generato una diffusa cultura di subalternità alle forze economiche, fa sperare ai tifosi solo di trovare un principe più potente, produce rabbia e rassegnazione nei più deboli economicamente, segue specularmente l'involuzione di una società civile meno democratica, che rispetta solo i più forti e i più ricchi.
Fare il tifo per una "Società per azioni" in mano a padroni di pochi scrupoli non ha nessun senso e non è collegato ad alcun sentimento possibile di partecipazione o appartenenza, visto che le società di calcio sono gestite come un'industria e respingono ogni partecipazione popolare alla gestione.
L'operaio di Torino, che tutta la settimana produce la ricchezza che consente al suo padrone di gestire da monarca la Juventus e che la domenica va a tifare per questa, testimonia una triste cultura di subalternità totale che riempe di felicità tutti i padroni del vapore che vogliono conservare le cose come sono.
Anche lo sport è stato sottratto agli appassionati che sono stati relegati al ruolo passivo di spettatori, esso è diventato un importantissimo elemento di una cultura dei fatti compiuti che stabilisce sul campo quelle che sono le regole del gioco: tutte le attività che producono notorietà, potere politico, affari, anche se si chiamano Sport, sono esclusivamente proprietà delle oligarchie economiche.
E vorrei arrivare alle raccomandazioni sulla crisi del gioco del calcio del Presidente Ciampi che, per giustezza e ingenuità, mi ricordano le parole di un altro Presidente, Pertini, che raccomandava di "svuotare gli arsenali e di riempire i granai", senza dire poi come realizzare ciò.
E' molto facile criticare la megalomania dei presidenti delle squadre che hanno rovinato i bilanci per strapagare i giocatori, è facile richiedere un nuovo corso di moralizzazione senza indicare con precisione quale riforme mettere in cantiere e quali i provvedimenti urgenti da adottare.
Bertolt Brecht diceva "vorrei che sulla mia tomba ci fosse la scritta: ha fatto proposte": Dico io: il buon medico oltre la diagnosi deve prescrivere una buona cura. Durante la presidenza Pertini l'Italia diventò il quarto paese al mondo per esportazione di armi (tra cui le famigerate mine antiuomo della Valsella Meccanotecnica), e tutta la retorica del Presidente partigiano e il suo patronato morale furono totalmente ininfluenti sulla società civile e sulle decisioni politiche.
E' proprio evidente che nulla verrà dai padroni del calcio che modifichi questa situazione. A parte un certo ridimensionamento delle spese, possibilissimo, si desidera che le cose rimangano come sono fino a quando non avverrà il miracolo di rigetto totale per uno spettacolo che esprime vittorie ottenute solo con la maggiore potenza economica e sancisce solo la legge del più ricco e nulla ha a che fare con il leale e divertente confronto sportivo.
Solo uno stadio semivuoto in occcasione di una importante partita può segnare la fine del circo mediatico e mercenario dei potenti e legittimare l'avvio di un nuovo corso.
Ma senza la diffusione e discussione capillare di un programma alternativo di gestione del calcio non ci sarà nessuna crisi, e lo "status" di tifoso assomiglierà sempre più a quello di un suddito.
L'affermazione più importante da cui partire è quella che il calcio non è un lavoro. Il calciatore non è un "serio professionista", ma un atleta e ogni forma di retribuzione deve cadere all'interno di regole sportive, e non di diritto del lavoro.
Nel calcio italiano si deve vietare il tesseramento di calciatori stranieri. Punto . Senza se e senza ma. Le Società non possono essere Spa e quotate in borsa, ma solo associazioni di diritto sportivo. I diritti Tv devono essere trattati e riscossi dalla Federazione e ripartiti in modo uguale a tutte le società di serie A e B. Il servizio d'ordine interno allo stadio deve essere garantito dai tifosi più responsabili, scelti dalla Società e selezionati per evitare qualsiasi violenza.
Sarebbe opportuno anche puntare ad un superamento delle trasferte dei tifosi al seguito della squadra: la squadra può essere seguita nel proprio stadio sui maxischermi e questo può essere un momento piacevole di aggregazione dei sostenitori.
Comunque stabilire una regola per cui i biglietti possono essere venduti solo ai residenti a non più di uno a persona e l'ingresso allo stadio sia possibile solo esibendo un documento di identità che attesta la residenza renderebbe gli stadi tranquilli fino a che tale norma non possa essere superata da un ritrovato spirito sportivo.
Per ciò che riguarda i bilanci ed il reperimento del denaro necessario vi sono alcune cose da stabilire: a parte i diritti Tv di cui abbiamo già detto, gli abbonamenti, gli sponsor, le quote dei soci sostenitori, vi è da rivedere la questione Totocalcio. Questo è un gioco legato esclusivamente al calcio e oggi finanzia quasi tutto lo sport italiano. Sarebbe giusto che tutti i proventi di questa attività, fatti salvi i costi di gestione, venissero dati alla Federazione gioco calcio e distribuiti in parti uguali alle società di A e B che devono sostenere le spese dei vivai e dei calciatori. E' giusto che un'attività legata esclusivamente al calcio dia i suoi utili per potenziare quest'ultimo e che i tifosi possano considerare la loro giocata come sicuro contributo indiretto alla propria squadra: quindi autofinanziamento e non più spese pazze.
Per evitare che le società più ricche comunque rastrellino i migliori talenti italiani e li tesserino per loro, perpetuando così l'equazione soldi-vittoria, si deve limitare il mercato solo alla Regione in cui si è nati, puntando ogni risorsa ed ogni capacità tecnica dei Club a creare talenti nei propri vivai, legandoli profondamente e stabilmente ai colori sociali e al territorio, fino ad utilizzare i più validi e capaci come classe dirigente alla fine della propria vita sportiva. In un ambiente del genere, poco legato al denaro del Principe, ma impostato sulle capacità tecniche e dirigenziali, possono trovare spazio i tesserati e gli abbonati che, quali veri azionisti, devono avere diritto di voto per decidere i rinnovi delle cariche dirigenti ed essere chiamati a partecipare effettivamente alla gestione sociale.
Tutti parlano a vanvera di democrazia e partecipazione, ma quando vai sul concreto e proponi di realizzarle riformando il calcio in quella direzione, sanno solo riproporre il potente dittatore o affarista di turno.
Sotto il Franchismo in Spagna, uno dei pochi aspetti di vita democratica fu l'ambiente sportivo del Barcellona che ancora oggi ha una forte connotazione di partecpazione popolare.
L'attuale assetto del calcio,in mano ai megalomani con i soldi, ha prodotto solo passività, violenza e doping, ha fabbricato giocatori stramiliardari, viziati più impegnati a soddisfare le veline che non i propri tifosi, ha prodotto dissesti finanziari che mettono in crisi la partecipazione ai campionati.
Abbiamo anche qualche riscontro internazionale alla negatività che rappresentano gli stranieri ed i troppi miliardi: la Grecia ha vinto gli Europei provenendo da un campionato "povero" e con pochi stranieri, ridicolizzando le superpagate stelle.
La democrazia oggi è un contenitore vuoto: tutti i settori importanti come Tv, giornali, cinema, editoria, calcio, sono in mano privatissime e qualunque governo vada al potere non tocca questi santuari, e il potere vero, quello reale, rimane sempre nelle stesse mani e i discorsi sulla partecipazione democratica risultano una insopportabile presa in giro.
Dalla crisi di un sistema possono scaturire due strade fondamentali: una porta, con aggiustamenti, alla restaurazione ed al mantenimento sostanziale dei precedenti assetti, il gattopardesco cambiare tutto perchè nulla cambi, l'altra strada è quella di un taglio netto e una rifondazione con regole chiare e punti fermi di etica sportiva, che portino a restituirci un vero sport, in mano a organizzazioni pulite, costituite da tecnici e appassionati, controllati ed eletti da una partecipazione popolare, che può diventare palestra di democrazia e amministrazione, per non delegare più i poteri al "Principe".
Il metodo è quello di diffondere fra i tifosi un programma, magari questo, davanti agli stadi, chiedendo di rinunciare a vedere le partite fino a quando non si arriva ad una vera rifondazione.
A chi parla di utopia bisogna rispondere che questo calcio è vecchio, diseducativo, assolutista, produce porcherie ed esalta ambizioni politiche, tratta il popolo dei tifosi da sudditi, i calciatori da mercenari e la cultura profonda che esprime è quella della jungla.
paolo de gregorio